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Kaymak

Kaymak in Turkey.jpg




Un piatto di Cicvara, farina di mais e kajmak



Baklava turchi serviti con kaymak e pistacchi






Il kaymak (kajmak nelle cucine balcaniche) è un prodotto lattiero-caseario cremoso turco, simile alla clotted cream inglese, popolare anche in altri paesi dei Balcani, come la Bosnia-Erzegovina, la Croazia e la Serbia e nel Medio Oriente, in Asia centrale, Iran, Pakistan, Afghanistan, Azerbaigian e India. È composto da latte di bufala d'acqua o di mucca.
Il metodo tradizionale di produzione è quello di far bollire il latte lentamente, poi lasciarlo sobbollire per due ore a fuoco molto basso. Dopo che la fonte di calore è stata spenta, la panna viene scremata e lasciata raffreddare (e fermentare leggermente) per diverse ore o giorni. Il kaymak ha tipicamente una percentuale di grassi del latte del 60% circa. Ha una spessa consistenza cremosa (ma non del tutto compatta grazie alle fibre proteiche del latte) ed un gusto ricco.
Il kaymak viene largamente usato nella cucina turca nella preparazione e nella guarnizione di dolci (come il baklava ed il künefe) e di frutta intera glassata (come il fico o la mela cotogna). In Turchia, è venduto da un tipo di commerciante specializzato detto kaymakcı: nel suo negozio esso viene consumato anche semplicemente spalmato insieme a miele su fette (turco: Bal kaymak).
Nelle cucine balcaniche, invece, il kaymak si usa principalmente come contorno per vari tipi di carne o salumi e anche altri piatti saporiti, come ingrediente per alcuni prodotti di pasticceria salati o dolci, ma anche solo con pane, allo stesso modo come il burro o dei formaggi. Si possono distinguere due tipi: fresco (più soffice e più dolce) e stagionato, che è più compatto, spesso ha una sfumatura giallastra e il sapore più forte. Comunque, il kaymak non può essere conservato per dei periodi molto lunghi.


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Tanghulu

Una varietà di bing tanghulu in vendita per le strade di Shanghai


Il tanghulu (cinese tradizionale: 糖葫蘆; cinese semplificato: 糖葫芦; pinyin: táng hú lu; POJ: thn̂g-hô͘-lô͘; jyutping: tong4 wu4 lou4*2), chiamato anche bīngtánghúlu (cinese tradizionale: 冰糖葫蘆; cinese semplificato: 冰糖葫芦; pinyin: bīng táng hú lu; POJ: peng-thn̂g-hô͘-lô͘), è un dolce tradizionale del nord della Cina, specialmente di Pechino, Tianjin ed altre città del nordest. Consumato principalmente dai bambini, è composto da frutta caramellata infilata in spiedini di bambù lunghi circa 20cm. I tanghulu si vedono per strada, in particolare nei luoghi turistici come gli hutong pechinesi nella zona di Wangfujing, oppure per mezzo di carretti da venditori ambulanti che si spostano di luogo in luogo.
Tipicamente nel tanghulu la frutta è ricoperta da uno strato di zucchero indurito, che si ottiene mediante l'immersione dello spiedino in uno sciroppo di zucchero, tuttavia altre versioni del dolce comportano una seconda copertura di cioccolato oppure di semi di sesamo. Nella versione tradizionale, il frutto utilizzato per lo spiedino era quello del biancospino cinese (shān zhā, 山楂), ma negli ultimi anni i venditori si sono adattati ai gusti dei turisti occidentali, utilizzando anche pomodorini, mandarini, fragole, mirtilli, pezzi di ananas, banane, kiwi ed acini d'uva, talvolta mixando nello stesso spiedino diversi tipi di frutta.



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Giovanni Vialardi

Giovanni Vialardi (Salussola, 8 febbraio 1804 – Brusasco, 29 agosto 1872) è stato un cuoco italiano, autore di un famoso trattato di cucina.



Biografia



Copertina del libro di Vialardi






A vent'anni divenne aiutante di cucina della Real Casa Savoia, al servizio del principe Carlo Alberto che, salito al trono nel 1831, ne ufficializzò le mansioni con Regio Biglietto del seguente tenore: "L'esattezza e la fedeltà con cui Giovanni Vialardi ammesso nel 1824 al Nostro Servizio attende al disimpegno dei propri doveri ha incontrato il Nostro gradimento, di cui ci siamo disposti a dargliene un contrassegno con stabilirlo aiutante di cucina della Reale Nostra Casa coll'annuo stipendio di lire novecento sessanta".
Nel gennaio 1831 si sposò nel Duomo di Torino con Giacinta Davico, da cui ebbe sette figli, e prese residenza in questa città.
Nel 1845 fu nominato Aiutante Capo di Cucina della Real Casa; nel 1847 fu promosso Capo di Cucina insieme a Domenico Gramont e nel 1848 divenne Capo Cuoco e Pasticciere, coadiuvato nel lavoro da oltre un centinaio di persone fra cui l'astigiano Teofilo Barla, Maître Pâtissier et Confiseur, dimenticato autore de “Il Confetturiere, l'Alchimista, il Cuciniere piemontese di Real Casa Savoia”.
Il Vialardi rimase al servizio di Casa Savoia fino al 1853, regnante Vittorio Emanuele II.
L'anno successivo diede alle stampe il suo Trattato di cucina, Pasticceria moderna, Credenza e relativa Confettureria, contenente oltre 2000 ricette, in prevalenza relative alle zone facenti parte del Regno di Sardegna (piemontesi, valdostane, nizzarde, genovesi e sarde). In tali ricette, suddivise in 19 capitoli, i pesi e le misure sono espressi per la prima volta secondo il sistema metrico decimale, adottato dai Savoia nel 1845; altra novità per analoghi ricettari dell'epoca, la presenza di 300 disegni eseguiti da Vialardi stesso con cui descrisse gli strumenti del mestiere, dai più semplici alle grandi gelatiere, oltre a fruste, mestoli, scavini, forme, budiniere, marroniere e tante altre attrezzature che nel XIX secolo costituivano l'indispensabile patrimonio di un cuoco reale. Ma ci sono anche i disegni dei piatti sontuosi che arricchivano la tavola: pesci e selvaggina, timballi, bombe e soufflé erano infatti presentati come vere e proprie scenografie che dovevano destare l'ammirazione dei commensali.
Nel 1864 pubblicò Cucina Borghese semplice ed economica in cui, oltre a molte illustrazioni e a ricette di cucina e di dolci, è presente una scelta di piatti adatti pella cura omeopatica e pei giorni di digiuno e un'ampia disamina di come organizzare il Servizio alla borghese, francese e russa.
Nei quasi trent'anni trascorsi nelle cucine di Casa Savoia Giovanni Vialardi percorse tutte le tappe di una straordinaria carriera rivelandosi particolarmente abile anche come pasticciere, ruolo che gli venne in effetti assegnato e che gli permise di mettere in risalto la sua arte nell'esecuzione delle ”pièces montées”, le scenografiche costruzioni in pastigliaggio utilizzate per adornare le tavole reali. L'impronta che diede alla cucina e soprattutto alla pasticceria della tavola dei Savoia, continuerà ad influenzare i pranzi di Stato anche quando la Corte lascerà Torino per trasferirsi prima a Firenze e poi a Roma: con Giovanni Vialardi infatti i prodotti, i modi di cucinare e gli attrezzi della tradizione piemontese ma anche sarda, ligure e nizzarda scendono nella Capitale per salire gli scaloni del Palazzo a deliziare nobili palati, specie quello di Vittorio Emanuele II, grande buongustaio e uomo dai molti appetiti.

Opere

  • Vialardi, Giovanni, Trattato di cucina, pasticceria moderna, credenza e relativa Confettureria, Torino, Tip. G. Favale, 1854.
  • 1864 - "Cucina Borghese semplice ed economica".

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Nian gao

Il nian gao salato di Shanghai

Il Nian gao (caratteri cinesi: 年糕; pinyin: nián'gāo; traduzione: torta dell'anno), chiamato anche Torta di Riso, Torta dell'Anno o Torta del Capodanno cinese è un dolce preparato con riso glutinoso, disponibile nei negozi di cibi per la salute e nei supermercati in tutta l'Asia, e consumato nella cucina cinese soprattutto nel periodo delle festività del capodanno lunare. È considerato un cibo portafortuna per l'anno a venire, in quanto il suo suono è omofono di "anno migliore".

Produzione

Nonostante le numerose variazioni della ricetta, è sempre presente il punto fondamentale costituito dal riso glutinoso, che viene triturato o ammassato a formare una pasta o, a seconda del luogo, semplicemente sciolto in una formina e cotto una seconda volta per stabilizzare gli ingredienti. Le varietà del nian gao cambiano a seconda della regione in cui esso viene preparato. Le più famose sono le varietà di Shanghai, del Fujian e quella cantonese, originatasi nel Guangdong.


Tipi







Il nian gao dolce del Guangdong, fritto in padella



Cucina di Shanghai

Il nian gao di Shanghai viene spesso avvolto in un tondino soffice, per essere poi tagliato, oppure saltato in padella e aggiunto nelle zuppe. A seconda dei diversi metodi di cottura, il nian gao avrà una consistenza soffice o gommosa. La versione di Shanghai è fatta con riso non glutinoso e rimane di colore bianco; quest'ultima caratteristica è considerata sua distintiva.
Il metodo più comune di cucinare il nian gao è saltarlo in padella, dopodiché il nome del piatto cambierà in chao nian gao (炒年糕). Vi sono tre tipi differenti di chao nian gao: il primo è un piatto molto saporito, a cui vengono aggiunti diversi tipi di carne (manzo o maiale) e vegetali (cavolfiore o sedano). Il secondo piatto è una versione dolce, addolcito con lo zucchero bianco classico, mentre l'ultima versione è insapore, spesso consumata per la sua piacevole consistenza gommosa.


Cucina cantonese

La varietà di nian gao del Guangdong viene solitamente addolcita con zucchero di canna, assumendo così un colore giallo scuro. La pasta viene versata in un tegame per torte e cotta ulteriormente al vapore per stabilire gli ingredienti, finché si solidifica. Viene servita in fette spesse e collose, può essere mangiata così com'è oppure insaporita con acqua di rose o pasta di fagioli rossi.
Dopo la bollitura al vapore, il nian gao può anche essere fritto in padella con l'aggiunta di uovo, in questo caso verrà chiamato jian nian gao (煎年糕). Dopo la frittura il dolce rimane leggermente croccante all'esterno, e pastoso all'interno. Durante i festeggiamenti del Capodanno cinese, viene tagliato in pezzi quadrati e servito insieme ad altre torte quali quella di taro e quella di castagne d'acqua.


Altre culture

In Giappone ed in Corea sono presenti dolci simili, il cui ingrediente principale è il riso glutinoso, e sono conosciuti rispettivamente come mochi e tteok (sebbene quest'ultimo possa essere preparato anche con del riso non glutinoso). Il nian gao è ampiamente consumato anche nelle Filippine durante le festività del Capodanno cinese, dove è conosciuto anche con il nome di tikoy (甜粿), derivante dal dialetto minnan. In Birmania, infine, esso è chiamato tikay.


Due strati di nian gao con ripieno di pasta di fagioli rossi dolci



Combinazioni

Nelle diverse nazioni asiatiche, la torta è stata variata con l'aggiunta di ingredienti diversi, quali la pasta di fagioli rossi o la pasta di semi di loto.

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Caffè Gambrinus

Logo


Il Gran Caffè Gambrinus è un locale storico di Napoli ubicato in via Chiaia. Il suo nome deriva dal mitologico re delle Fiandre Joannus Primus, considerato patrono della birra. Il Gran Caffè Gambrinus rientra fra i primi dieci Caffè d'Italia e fa parte dell'Associazione Locali Storici d'Italia.


Il puffo e il pianoforte all'interno del salone Michele Sergio



Foto storica del 1920



Storia e descrizione

Arredato in stile Liberty, conserva al suo interno stucchi, statue e quadri della fine dell'Ottocento realizzate da artisti napoletani. Tra queste vi sono anche opere di Gabriele D'Annunzio e Filippo Tommaso Marinetti.
Fondato nel 1860, dall'imprenditore Vincenzo Apuzzo, riscosse immediatamente un enorme successo e riscontro da parte della popolazione di ogni ceto, richiamata dall'opera di pasticceri, gelatai, e baristi, di cui si avvalse il suo fondatore; ciò, nello stesso tempo, gli procurò la benevolenza della famiglia reale ed il riconoscimento per decreto di "Fornitore della Real Casa".
Dopo Apuzzo la gestione passò a Mario Vacca che negli anni 1889-1890, affidata la decorazione degli interni all'architetto Antonio Curri, per affrescare il locale chiamò i artisti impressionisti napoletani: Luca Postiglione, Pietro Scoppetta, Vincenzo Volpe, Edoardo Matania, Attilio Pratella, Giuseppe Alberto Cocco, Giuseppe Casciaro, Giuseppe Chiarolanza, Gaetano Esposito, Vincenzo Migliaro, Vincenzo Irolli e Vincenzo Caprile.




L'ingresso al bar


L'ex presidente della Repubblica Ciampi assiste ad un'esibizione pianistica presso il Caffè Gambrinus


Sala tonda






Negli anni della Belle Époque, personalità locali frequentavano le sale del bar per assistere al Cafè Chantant (o detto anche Café-concert).
Durante il periodo fascista il Gambrinus fu chiuso dal prefetto Giovanni Battista Marziali perché considerato luogo di ritrovo di antifascisti, anche se la ragione ufficiale presa a pretesto per la chiusura fu che la moglie del prefetto non poteva dormire a causa del frastuono proveniente dal caffè, sito al pianterreno dello storico Palazzo della Prefettura, sede della prefettura.
Gli ambienti che fino a quel momento erano stati del Gambrinus furono destinati ad ospitare una banca, fino a quando, negli anni del dopoguerra, l'imprenditore napoletano Michele Sergio riuscì a riaprire l'esercizio, rioccupando parte delle sale, quelle che si affacciavano su via Chiaia. La gestione venne portata avanti dai suoi figli Arturo e Antonio, i quali dopo una controversia con il Banco di Napoli sono riusciti a recuperare i locali occupati dalla banca (ovvero le sale che affacciano su piazza Trieste e Trento e su piazza del Plebiscito).


Il palazzo della Prefettura ed il Gambrinus


Un particolare del salone Michele Sergio



Personaggi illustri e ospiti famosi

Dalla Belle Époque in poi passarono nelle sue sale dorate personaggi storici: Gabriele D'Annunzio (il quale, secondo alcune fonti, avrebbe scritto ai tavolini del caffè la poesia 'A Vucchella, musicata poi da Tosti, su scommessa con il poeta e amico Ferdinando Russo), Benedetto Croce, Matilde Serao, Eduardo Scarpetta, Totò e i De Filippo, Ernest Hemingway, Oscar Wilde, Jean Paul Sartre, fra gli altri. Anche l'Imperatrice d'Austria Sissi, Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach nel suo viaggio a Napoli nel 1890 si fermò al Gambrinus.
Sostanzialmente riportato al suo antico splendore, è uno dei luoghi più frequentati di Napoli, sia dagli intellettuali (come da vecchia consuetudine), che dal bel mondo e ovviamente dai turisti. Negli ultimi anni è stato visitato dai presidenti della Repubblica; di questi sono passati Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella. Anche i presidenti del consiglio Romano Prodi e Silvio Berlusconi, la cancelliera tedesca Angela Merkel si sono fermati.

Il Cafè Chantant

Sull'onda francese anche a Napoli verso la fine dell'Ottocento arrivò il Cafè Chantant o detto anche Caffè Concerto. Insieme al Salone Margherita, il Gambrinus fu uno dei ritrovi più frequentati dalla nobiltà napoletana.
Con il passare del tempo, nella versione napoletana del Cafè Chantant si andò a delineare e a definire la figura della "sciantosa", personaggio principale del concerto (il termine deriva da una storpiatura in lingua napoletana della parola francese chanteuse che letteralmente significa "cantante").



Il caffè sospeso

Al Gran Caffè Gambrinus è nata, a partire dalla seconda metà dell'Ottocento la pratica del caffè sospeso che consiste nel lasciare un caffè pagato per le persone povere che non possono acquistarlo e concedersi il piacere di un caffè. Tale tradizione si è rinnovata in tempi di crisi proprio nel luogo in cui è nata. All'ingresso del Bar ancora oggi è posizionata una caffettiera gigante in cui si possono lasciare gli scontrini "sospesi" (lasciati appunto dai clienti) in favore di chiunque ne avesse bisogno. L'eco di questa pratica è giunta sino in America dove sono nate iniziative simili a quella napoletana.


Film girati al Gambrinus

Le sale del Gran Caffè Gambrinus sono state teatro di alcuni film come:
  • Carosello Napoletano (1954), regia di Ettore Giannini, con la partecipazione di Sophia Loren;
  • La volpe a tre zampe (2002), regia di Sandro Dionisio;
  • la mini-serie Donne sbagliate (2007), regia di Monica Vullo, con la partecipazione di Manuela Arcuri;
  • L'imbroglio nel lenzuolo (2009), regia di Alfonso Arau, con la partecipazione di Geraldine Chaplin, Anne Parillaud, Maria Grazia Cucinotta e Natalie Caldonazzo.
  • la serie televisiva I bastardi di Pizzofalcone (tratta dalla serie di romanzi di Maurizio De Giovanni) diretta da Carlo Carlei, con la partecipazione di Alessandro Gassman e Carolina Crescentini.



Curiosità

  • È tradizione oramai che ogni 1º gennaio il Presidente della Repubblica Italiana, che in quei giorni dimora a Napoli, si rechi dal suo soggiorno di villa Rosebery al Gran Caffè Gambrinus per fare la prima colazione dell'anno.
  • Il Gambrinus compare nel fumetto Dampyr (Sergio Bonelli Editore) nel numero 160 intitolato La Monaca.
  • Il Gambrinus è il luogo dove il commissario Ricciardi, protagonista dei romanzi dello scrittore Maurizio De Giovanni, usualmente fa colazione.

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Jiuniang

Kueh hrua lau cau.jpg
Jiuniang con fiori di osmanto odoroso


Lo Jiuniang (酒酿, detto anche láozāo, 醪糟, o jiāngmǐjiǔ, 江米酒) è un dolce della cucina cinese (dalla consistenza di zuppa o di budino), a base di riso glutinoso fermentato e lievito. Nacque come scarto della produzione del miju.
Si tratta di un vino di riso non filtrato, che contiene ancora chicchi di riso interi e spesso viene aromatizzato con fiori di osmanto odoroso, nel qual caso prende il nome di guihua jiuniang (桂花酒酿).
Durante la festa del Dongzhi viene servito insieme con dei tangyuan non ripieni, prendendo il nome di jiuniang tangyuan (酒酿汤圆) o jiuniang yuanzi (酒酿圆子), o ancora, se aromatizzati con l'osmanto, guihua jiuniang tangyuan (桂花酒酿汤圆).
È un dolce assai simile al vietnamita Cơm rượu, che normalmente contiene palline fatte col riso glutinoso fermentato.

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Caffè San Marco

L’interno del caffè San Marco


Il Caffè San Marco è un locale storico sito a Trieste, in via Battisti 18. Fondato nel 1914, il locale è celebre per essere sempre stato uno dei principali ritrovi degli intellettuali della città.


Storia







L’ingresso



I primi anni e la chiusura forzata

Il 3 gennaio 1914, al pianterreno di un edificio di proprietà delle Assicurazioni Generali, edificato nel 1912, venne inaugurato il Caffè San Marco, allora di proprietà di Marco Lovrinovich, originario di Parenzo. Subito il locale divenne ritrovo di giovani studenti e intellettuali, ma non solo: il caffè, infatti, ospitava giovani irredentisti, e funzionava anche come laboratorio di produzione di passaporti falsi per permettere la fuga in Italia di patrioti antiaustriaci. Per questi motivi, il 23 maggio 1915, un gruppo di soldati dell'esercito austroungarico penetrò all'interno del locale, lo devastò e ne decretò la chiusura permanente. Lovrinovich stesso fu cacciato brutalmente, e in seguito fu incarcerato a Liebenau, in Austria, perché si era causato volontariamente il tracoma con una soluzione batterica, allo scopo di non andare a servire nell'esercito austro-ungarico.



Anni successivi e riapertura

Negli anni seguenti, dalla fine della Prima guerra mondiale fino al termine della Seconda, il caffè San Marco giacque in uno stato di abbandono. La svolta arrivò nel secondo dopoguerra, quando, anche per iniziativa delle Assicurazioni Generali, il locale fu al centro di una serie di restauri integrali, sia sulla facciata che nell'interno. L'ultimo restauro del caffè San Marco risale al 1997, e il locale prosegue la sua attività tuttora.




Il locale oggi




Caffe SanMarco Trieste 1.JPG



Oggi il locale ha riaperto con una nuova gestione il 27 ottobre 2013, trasformandosi in caffè, centro culturale e libreria, dopo la gestione delle sorelle Stock, descritte spesso da Claudio Magris, celebre avventore del caffè, e l'ultima di Franco Filippi dal 1997 al 2012. Rispetto al periodo 1914-1915, nell'ultimo periodo il locale proponeva due iniziative nuove: l'organizzazione di mostre di artisti locali e il servizio di ristorante, che lo ha portato a essere citato nella guida del Gambero Rosso. Nel 2005, il Caffè San Marco è stato insignito dell'onorificenza di "locale storico d'Italia".

Avventori celebri

Fra gli intellettuali e gli artisti che negli anni hanno frequentato o frequentano ad oggi il Caffè San Marco, si possono ricordare:
  • Fulvio Tomizza
  • Italo Svevo
  • Umberto Saba
  • James Joyce
  • Giani Stuparich
  • Virgilio Giotti
  • Claudio Magris
  • Giorgio Voghera
  • José Ángel González Sainz
  • Massimiliano Sartor



Struttura del locale

Sia l'arredamento che le decorazioni estetiche del Caffè San Marco rispondono allo stile della Secessione Viennese, ancora in voga negli anni della fondazione. In particolare, le decorazioni sui soffitti e sulle pareti sono attribuite a vari artisti relativamente celebri, come il pittore secessionista Vito Timmel, anch'egli assiduo frequentatore del caffè. Queste decorazioni riprendono, in particolare, nudi maschili (metafore dei fiumi friulani, giuliani, istriani e dalmati), foglie di caffè e fiori. L'arredamento del locale è, perlopiù, in legno di mogano lavorato. In particolare, si possono notare i tavolini di marmo con sostegno in ghisa, particolari per le loro decorazioni a teste di leoni (simbolo di Venezia), che furono utilizzati dagli austriaci come prova della presenza nel locale di avventori irredentisti italiani.

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Baobing



Baobing, chiamato anche cuò bīng ((ZH) in Taiwanese), è un famoso dessert cinese a base di ghiaccio tritato, molto popolare in Cina, Taiwan, Malesia e Vietnam. È considerato un dessert estivo. Il Baobing viene mangiato in Cina sin dal VII secolo.
Per la preparazione di questo dessert occorre una grande quantità di ghiaccio tritato. In passato, i pezzi di ghiaccio venivano tritati a mano, usando una sorta di mazza per rompere il ghiaccio e una lama per rendere i pezzi più piccoli o usando una macchina a manovella. Oggi, viene usata una speciale macchina che trita i pezzi di ghiaccio in scaglie più sottili di quelle del passato. Alcuni preparano ancora il ghiaccio a mano, ottenendolo quindi in una forma diversa da quella più comune oggi. Solitamente si aggiunge lo sciroppo estratto dalle canne da zucchero che rende il sapore leggermente dolce. Altre varianti includono tipi di sciroppo o latte condensato o entrambi. Tra i topping che è possibile trovare ci sono: taro, fagiolo azuki, fagiolo indiano verde, patate dolci, noccioline e tanti altri. Esistono varie combinazioni prestabilite, ma molto spesso è il cliente che sceglie gli ingredienti.
Il Baobing è simile ad altri dessert come il kakigōri in Giappone, l'halo halo nelle Filippine, il patbingsu in Corea, l'ice kacang in Malesia e la grattachecca o granita in Italia.



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Caffè Quadri




Il Gran Caffè Quadri o Caffè Quadri è un locale pubblico storico della città di Venezia. È ubicato in piazza San Marco, sotto i portici delle Procuratie Vecchie.


Storia

Si tratta di uno dei più antichi e longevi locali pubblici italiani. La sua attività iniziò, infatti, nel 1775 quando il mercante veneziano Giorgio Quadri, rientrato in patria dopo una lunga permanenza a Corfù, all'epoca territorio della Repubblica di Venezia, decise insieme alla moglie greca Naxina di aprire un locale in cui preparare e vendere il caffè sotto forma di acqua negra bollente. Questa consuetudine fu introdotta in città nel 1683 quando alcuni commercianti turchi aprirono una bottega per la degustazione del caffè in piazza San Marco, sotto i portici delle Procuratie Nuove. La novità incontrò subito il favore del pubblico, al punto che nel 1775 nella sola piazza San Marco erano presenti ben 24 botteghe del caffè su un totale cittadino di oltre 200.
Giorgio Quadri aprì il suo locale sotto le Procuratie Vecchie, rilevando una vecchia rivendita di vino e caffè già rinomata in città e la sua bottega del caffè divenne ben presto uno dei luoghi di ritrovo preferiti dell'aristocrazia veneziana.
Il locale subì una prima importante ristrutturazione nel 1830, sotto la gestione dei fratelli Vivarini, che ne ampliarono sia gli spazi che le attività, acquistando il piano superiore che fu adibito a ristorante. Il piano terreno venne decorato con stucchi in tinte pastello, con prevalenza dei colori verde e giallo, e completato con vedute e scene di vita veneziana, opera del pittore Giuseppe Ponga, ispirate allo stile di Pietro Longhi.
Nel 2011 il Caffè, che dispone dell'unico ristorante presente in piazza San Marco, è passato sotto la gestione della famiglia padovana Alajmo.



Clienti famosi

Durante il loro soggiorno a Venezia, fra i clienti regolari del caffè Quadri vi furono Stendhal, George Byron, Alexandre Dumas padre, Richard Wagner, Marcel Proust e, in epoca contemporanea, Michail Gorbačëv, François Mitterrand e Woody Allen.

Note


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Vánočka

Vanocka.jpg

Vánočka è un pane tipico della Repubblica Ceca e della Slovacchia (in slovacco è chiamato vianočka) che tradizionalmente viene cotto nel periodo natalizio.
È ricco di uova e burro, il che lo rende simile ad una brioche. Buccia di limone e noce moscata aggiungono colore e sapore; l'impasto può contenere anche uvetta e mandorle ed è intrecciato come il challah. Un vánočka può essere costruito con tre intrecci successivi, impilati l'uno sull'altro; questo viene talvolta interpretato come un'immagine che richiami la figura di Gesù Bambino avvolto in fasce e posto in una mangiatoia.



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Antico Caffè Greco



L'Antico Caffè Greco si trova a Roma in via dei Condotti. È un caffè storico della città, fondato nel 1760, e deve il suo nome al fatto che il fondatore, un certo Nicola della Maddalena, fosse levantino.
Oltre all'origine storica, il caffè è famoso per i molti frequentatori famosi avuti nel corso degli anni; è stato per molto tempo, e in parte lo è tuttora, un ritrovo di intellettuali e goliardi. Vi si riunisce, ogni primo mercoledì del mese, il "Gruppo dei Romanisti", antico cenacolo di studiosi e accademici cultori in particolare della città di Roma. Dal 1940 i loro lavori sono raccolti nel volume "Strenna dei Romanisti", pubblicato ogni anno in occasione del Natale dell'Urbe (21 aprile).
In una sala del caffè, la "Sala Rossa", è stata scattata la foto che compare come copertina del 45 giri di Mia Martini "Minuetto/Tu sei così", pubblicato nel 1973.
L'Antico Caffè Greco di Roma, con oltre 300 opere esposte nelle sale, è la più grande galleria d'arte privata aperta al pubblico esistente al mondo.



Storia


Un tavolino del Caffè



Le prime notizie sul Caffè Greco sono ravvisabili nello Stato delle Anime del 1760 nel quale risulta gestore e forse anche proprietario un "Nicola di Madalena caffettiere", dato che trova riscontro anche in un documento proveniente dalla parrocchia di San Lorenzo in Lucina e conservato presso l'Archivio del Vicariato. La prima sicura testimonianza sul Caffè Greco viene attribuita a Pierre Prudhon, che ne fa menzione in una sua lettera personale a Cesare Pascarella.
All'inizio del XIX secolo il Caffè Greco divenne il ritrovo preferito di artisti e intellettuali tedeschi che si trovavano a operare in Italia. A documentazione del fatto, vi sono tra gli altri gli schizzi e ritratti a matita eseguiti da Carl Philipp Fohr in preparazione di un quadro mai realizzato a causa della morte dell'artista, annegato nel Tevere. Gli schizzi, conservati a Heidelberg e a Francoforte, sono ambientati nel Caffè Greco e raffigurano tra gli altri il tirolese Joseph Anton Koch, il poeta J.M.Friedrich Rückert, Theodor Rehbenitz, Peter Cornelius, J.F. Overbeck che gioca a scacchi con Philipp Veit, e J.N. Schaller. Altri frequentatori erano il filosofo Schopenauer ed Ernst Theodor Hoffmann.
Da allora, il Caffè divenne in generale un punto di incontro per personalità intellettuali e politiche: Gioacchino Pecci, futuro papa Leone XIII, fu un assiduo frequentatore del Caffè, così come lo fu Silvio Pellico.
Nella sala Omnibus del Caffè Greco sono esposti i medaglioni, le placchette in gesso e le miniature raffiguranti gli artisti, poeti, musicisti, che nel corso degli anni hanno frequentato il locale.



Elenco degli avventori famosi

  • James Anderson, pittore e fotografo
  • Hans Christian Andersen
  • Diego Angeli
  • Guillaume Apollinaire
  • Afro Basaldella, pittore
  • Mirko Basaldella, pittore e scultore
  • Ludovico II di Baviera
  • Hector Berlioz, musicista
  • Buffalo Bill
  • Georges Bizet, musicista
  • Paul Bourget
  • Vitaliano Brancati
  • George Gordon Byron
  • Ippolito Caffi, pittore
  • Vincenzo Camuccini, pittore
  • Giacomo Caneva
  • Antonio Canova, scultore
  • Onorato Carlandi
  • Giacomo Casanova
  • Giuseppe Cellini, pittore
  • Enrico Coleman
  • James Fenimore Cooper
  • Jean-Baptiste Camille Corot, pittore
  • Gabriele D'Annunzio
  • Massimo d'Azeglio
  • François-René de Chateaubriand
  • Giorgio de Chirico, pittore
  • Libero de Libero
  • Hippolyte Delaroche
  • Pericle Fazzini
  • Ennio Flaiano
  • Frédéric Flachéron
  • Marià Fortuny i Marsal, pittore
  • Ennio Francia
  • Johann Wolfgang von Goethe
  • Nikolaj Vasil'evič Gogol'
  • Edvard Grieg, musicista
  • Renato Guttuso (che ha ritratto il Caffè Greco in uno dei suoi più celebri dipinti)
  • Nathaniel Hawthorne
  • Henrik Ibsen
  • Jean-Auguste-Dominique Ingres, pittore
  • Henry James
  • James Joyce
  • Angelika Kauffmann, pittrice
  • John Keats
  • Giacomo Leopardi
  • Carlo Levi
  • Mario Luzi
  • Mario Mafai, pittore
  • Antonio Mancini, pittore
  • Thomas Mann
  • Herman Melville
  • Felix Mendelssohn, musicista
  • Adam Mickiewicz
  • Czesław Miłosz
  • Alessandro Morani, pittore
  • Elsa Morante
  • Alberto Moravia
  • Friedrich Overbeck, pittore
  • Friedrich Nietzsche
  • Lea Padovani
  • Aldo Palazzeschi
  • Cesare Pascarella
  • Pier Paolo Pasolini
  • Andrea Pazienza
  • Silvio Pellico
  • Giuseppe Prezzolini
  • Franz Liszt, musicista
  • Cardinale Gioacchino Pecci (futuro papa Leone XIII)
  • Sandro Penna
  • Goffredo Petrassi, musicista
  • Alfredo Ricci, pittore
  • Gioachino Rossini, musicista
  • Giulio Aristide Sartorio, pittore
  • Arthur Schopenhauer
  • Giovanni Sgambati, musicista
  • Percy Bysshe Shelley
  • Henryk Sienkiewicz
  • Mario Soldati
  • Stendhal
  • Hippolyte Taine
  • Orfeo Tamburi
  • William Makepeace Thackeray
  • Bertel Thorvaldsen, scultore
  • Toro Seduto, condottiero nativo americano
  • Arturo Toscanini, musicista
  • Ivan Sergeevič Turgenev
  • Mark Twain
  • Renzo Vespignani, pittore
  • Richard Wagner, musicista
  • Orson Welles
  • María Zambrano
  • Gemma Hartmann




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Trdlo

SkalickyTrdelnik.JPG
Alcune fette di Spritznick


Il trodl, anche detto trdelník (in italiano, "manicotto di Boemia"), è un tipico dolce della cucina ceca e slovacca.
L'impasto è una sorta di pane dolce che prima della cottura viene modellato come un lungo filoncino di raggio circa un centimetro e arrotolato attorno a un bastone metallico detto "Malehnorak". Successivamente il composto attorno al bastone viene abbondantemente cosparso di zucchero e cannella. Il bastone viene poi messo a cuocere in uno speciale forno a legna chiamato "Arandarndurmar" con un meccanismo che lo fa ruotare in modo che la cottura sia uniforme. A cottura ultimata, lo zucchero si è sciolto dorando il spnatzik e creando una colorita e croccante patina sul dolce detta "Sparazaknak".

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Biscotto della Salute

Biscotto salute 02.jpg


Il Biscotto Salute o anche Biscotto della Salute è un prodotto della tradizione ligure e piemontese. La versione prodotta in Piemonte è stata riconosciuta come prodotto agroalimentare tradizionale (P.A.T.) con denominazione biscotti della salute.


Descrizione

Si tratta di una fetta biscottata di caratteristiche intermedie tra quelle del biscotto (più ricco a livello nutrizionale) e la fetta biscottata, più leggera. Presenta delle affinità col Biscotti del Lagaccio, trovando le sue origini nelle antiche ricette genovesi sin dal XVI secolo. I marinai avevano la necessità di consumare alimenti nutrienti e conservabili, anche nelle cattive condizioni delle stive delle navi. Così già nell'antichità si svilupparono biscotti secchi (galletta) e prodotti biscottati. La fetta biscottata, grazie al processo di tostatura, ha un tasso di umidità assai basso (circa il 3%) che evitando la formazione di muffe dà al prodotto una lunga durabilità. Il suo processo produttivo è per alcuni aspetti affine a quello del panettone e si caratterizza per la lenta lievitazione naturale e la stagionatura dei "pani" precedente il taglio delle fette e la loro tostatura. Così facendo si ottiene il naturale sviluppo delle fragranze tipiche di questo antico prodotto.


Storia

La tecnica di cuocere pani, di affettarli e tostarli è stata ovviamente declinata nel tempo in modi diversi. Sono nati così prodotti ricchi e nutrienti fra i cui ingredienti troviamo il burro, il miele, il latte e, nei Biscotti del Lagaccio anche il liquore all'anice. Va ricordato che il termine "salute" sino a tempi molto recenti era associato non già alla dieteticità e povertà calorica degli alimenti, ma alla loro ricchezza.
A Torino, dai primi del Novecento, il Biscotto Salute ha iniziato ad essere prodotto anche a livello industriale dalla storica azienda "Biscotti Wamar Marchisio & C". In seguito è entrato tra i prodotti di altre aziende alimentari quali a esempio la Monviso di Andezeno.


Consumo

Biscotti salute a colazione
Il biscotto salute viene in genere consumato a colazione, spesso spalmato di burro e miele o marmellata.



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Palacinta

Palatschinke.jpg


La palacinta o palacsinta in ungherese è una specialità culinaria ungherese. Dolce tipico dell'area mitteleuropea, simile alla crêpe francese, ma priva del burro, la sua composizione è a base di farina, uova, latte e zucchero. Si servono arrotolate o ripiegate con ripieni di marmellate o cioccolata, spolverate di zucchero a velo, cacao o guarnite con panna montata.


Hortobágyi Palacsinta



Il dolce è particolarmente diffuso in Bosnia ed Erzegovina, Slovenia, Croazia, Serbia, Austria, Slovacchia e Ungheria. In Italia è tipico della provincia di Trieste e delle zone al confine con la Slovenia delle province di Gorizia e Udine.
Il nome del piatto è simile alla parola ungherese palacsinta [pɒlɒtʃintɒ] in diverse lingue dell'Europa centrale e sud-orientale: Palatschinke in tedesco, Palačinka in ceco, Plăcintă in rumeno.
In Ungheria esiste un'ampia varietà di palacinta, le più classiche sono quelle farcite con marmellata, cioccolata e altri ingredienti dolci. Infatti la palacinta viene considerata come un dessert o anche come uno spuntino. Una variante è chiamata Gundel palacsinta, preparata con noci, uva passa, scorza d'arancia candita, cannella e rum, servita flambé in una salsa fatta di cioccolato fondente, panna e cacao.
La Túrós palacsinta, con ricotta, pur essendo classificabile come dolce ha un gusto particolare: anch'essa è molto diffusa in Ungheria.
Esistono anche la versioni salate, la più conosciuta è la Hortobágyi palacsinta. In questo caso la palacsinta diventa un secondo piatto e viene riempita con carne macinata ed una salsa a base di paprica e servita con un contorno, in genere patate o riso e verdure.




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Gran Caffè Doney

Ex-Caffè Doney



Il Gran Caffè Doney o Doney's era un locale storico a Firenze.


Storia

Venne fondato come sala da tè e pasticceria da Gasparo Doney, un nobile ed ufficiale francese che dopo la sconfitta di Napoleone venne "esiliato" dalla famiglia. Arrivato a Firenze si dedicò ad importare specialità francesi per poi aprire un primo locale in via del Castellaccio. Dopo poco tempo il successo gli permise di trasferirsi nell'attuale via Tornabuoni, all'epoca chiamata via dei Legnaiuoli. Il Caffè Ristorante Doney venne invece realizzato nell'Ottocento dal genero del Doney, l'italo-inglese Giacomo Thompson, nel cortile della Palazzina Reale della Cascine, dove a proprie spese aveva fatto costruire una moderna copertura in ferro e vetro, dove veniva ospitato il salone principale.
Nei primi decenni del Novecento il Caffè alle Cascine chiuse e rimase il locale di via Tornabuoni, presso Palazzo Altoviti Sangalletti, che assunse il nome di Gran Caffè, anche se veniva chiamato spesso Caffè delle Colonne per le quattro colonne che sostenevano le volte della sala, decorata da fregi dorati su sfondo bianco. Famoso per la qualità del gelato e della cioccolata calda, era molto frequentato dalla borghesia fiorentina, da aristocratici, politici e letterati.
Essendo situato a poca distanza dal Consolato britannico (sul Lungarno Corsini), era molto frequentato dalla comunità inglese fiorentina che qui aveva trovato un punto di ritrovo animato.
Quando Benito Mussolini attaccò l'Etiopia nel 1935 gli inglesi manifestarono il loro dissenso, che fu punito con alcune incursioni violente al Caffè Doney di squadre fasciste.
Tra i clienti più famosi del caffè ci fu lady Violet Trefusis, che ebbe un colloquio privato con Mussolini nel 1937 ed è stata fatta rivivere, con il gruppo di signore inglesi chiamate Gli Scorpioni, nella pellicola cinematografica di Franco Zeffirelli Un tè con Mussolini.
Il locale fu chiuso nel 1986. Un Gran Caffè Doney esiste oggi a Roma presso l'Hotel Excelsior.

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Karlovarské oplatky

Nakousaná karlovarská oplatka.JPG
Parte di una karlovarská oplatka


Le karlovarské oplatky (al singolare; karlovarská oplatka) sono delle cialde prodotte tradizionalmente nella città termale di Karlovy Vary, in Repubblica Ceca.
Dal luglio 2011, a livello europeo, la denominazione Karlovarské oplatky è stata riconosciuta indicazione geografica protetta (IGP).


Storia

Descrizione

La karlovarská oplatka si presenta costituita da due dischi sottili di circa 19 cm di diametro, «incollati» l'uno all'altro, sui quali è impresso un rilievo caratteristico: il bordo esterno è decorato con un ramo dal quale dipartono piccole foglie, di una larghezza di 30 mm; al di sotto di questo bordo si legge, disposta in cerchio, l'iscrizione «Karlovarské oplatky» di larghezza minima di 20 mm. Al centro della cialda è rappresentato uno dei simboli (la fonte termale o il camoscio) della città di Karlovy Vary.


Composizione

La pastella è preparata mescolando gli ingredienti (zucchero e nocciole - o secondo la varietà, generalmente mandorle, cacao, vaniglia o cannella) con acqua termale fresca di Karlovy Vary.




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Caffè Le Giubbe Rosse

Insegna de Le Giubbe Rosse


Il caffè Le Giubbe Rosse è un esercizio storico di Firenze, situato in piazza della Repubblica 13-14/r.
II locale fu fondato nel 1897 dai fratelli Reininghaus, fabbricanti di birra tedeschi. Secondo la moda viennese del tempo, i camerieri indossavano giubbe rosse tanto che i fiorentini, trovando difficoltà nel pronunciare il nome straniero del caffè, preferivano dire: "andiamo da quelli delle giubbe rosse".
Dal 1913 divenne sede fìssa dei futuristi fiorentini, trasformandosi in luogo di incontro per letterati e artisti italiani e stranieri. Tuttora ha le pareti interamente coperte da foto, disegni e memorie dei suoi celebri frequentatori. Fu sede per esempio della rissa tra i futuristi milanesi di Marinetti e gli artisti fiorentini raccolti intorno alla rivista La Voce, sulla quale Ardengo Soffici pubblicò un articolo che attaccava i rivali.
Dopo la seconda guerra mondiale il locale subì vari cambiamenti di gestione. Dal 1991 Novecento Poesia di Franco Manescalchi ha realizzato nei locali un ciclo di incontri intitolati "Pianeta Poesia".


  • Cameriere con la giubba rossa
  • Esterno



  • L'interno tappezzato di disegni, dipinti e ritagli

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Buchteln

Buchteln.jpg


I Buchteln sono focaccine dolci di pasta lievitata, riempite di marmellata e cotte in una pirofila in modo che si attacchino l'una all'altra.
Sono originarie della Boemia, ma hanno un posto di primo piano nella cucina austriaca, nella cucina ungherese (in lingua ungherese bukta) e anche nella cucina ladina come anche a Trieste. I Buchteln tradizionali sono riempiti con powidl (confettura di frutta preparata senza aggiungere zucchero) di prugne o coperti di salsa alla vaniglia.
I più famosi Buchteln austriaci vengono serviti nel Café Hawelka a Vienna, dove sono la specialità della casa e vengono preparati secondo una ricetta di famiglia antichissima e segreta.
In Baviera i Buchteln vengono chiamati Rohrnudeln.

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Caffè Fiorio

L'ingresso dai portici di via Po.




Il Caffè Fiorio.



Il Caffè dei Fratelli Fiorio (noto semplicemente come Fiorio) è uno dei caffè storici più antichi di Torino, situato nella centralissima via Po.
Fu abituale ritrovo dei nobili all'epoca della restaurazione e in seguito dei maggiori intellettuali e politici del Risorgimento.
Ancora oggi è apprezzato ritrovo dei torinesi.


Cenni storici

Inaugurato nel 1780 nella Contrada di Po, l'elegante Caffè Fiorio fu inizialmente frequentato da aristocratici e alti ufficiali, in contrapposizione allo scomparso Caffè Calosso di via Dora Grossa, ricettacolo di ferventi rivoluzionari e patrioti.
La frequentazione di una clientela di orientamento conservatore gli valse la definizione di "Caffè dei Machiavelli" o "Caffè dei Codini".
Analogamente a quanto accadde per il vicino Caffè Baratti & Milano, anche il Fiorio fu citato dalla letteratura del tempo. La fama del Fiorio crebbe costantemente a tal punto da iniziare ad essere frequentato anche dalla borghesia del tempo ma per l'aristocratica clientela abituale non fu più il Fiorio di un tempo, tant'è che nel 1850 cambiò nome (anche se per poco) in Caffè della Confederazione Italiana.
Si dovette attendere la fine dell'Ottocento per rivedere il Fiorio divenire rinomato luogo di incontro dei maggiori intellettuali e personaggi politici del Risorgimento, tra i quali: Urbano Rattazzi, Massimo D'Azeglio, Camillo Benso Conte di Cavour, Giacinto Provana di Collegno, Cesare Balbo, Giovanni Prati, Santorre di Santarosa ed è risaputo dalle cronache del tempo che re Carlo Alberto nutrisse la consuetudine quotidiana di chiedere cosa si dicesse al Caffè Fiorio prima di aprire le sue udienze.
In questo caffè nacque il cono gelato da passeggio.


Caratteristiche

Il locale inizialmente comprendeva le prime tre sale comunicanti. Nel 1845 vi fu un primo restauro delle sale e degli arredi, introducendo le ancora presenti sedie in velluto rosso, le tappezzerie alle pareti e arricchendo i locali con affreschi e sculture di celebri artisti come Francesco Gonin e Giuseppe Bogliani.
Nel 1850 il locale venne ampliato aggiungendo la grande sala longitudinale comunicante con il piano superiore, anch'esso costituito da tre salette comunicanti. Questa sala, normalmente adibita a sala ristorante, ha ospitato nel corso degli anni eventi culturali e musicali. Dal 1 Febbraio 2013 al 21 Marzo 2014 ha ospitato serate danzanti, Milonghe, di Tango Argentino.



Nella cultura popolare

All'interno del locale vennero girate alcune scene del film Tutti giù per terra (1996) di Davide Ferrario.

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S'more

Smore.jpg
Un comune s'more


Altro s'more



Lo s'more (o smore), dolce tradizionale di Stati Uniti d'America e Canada, consiste in un marshmallow riscaldato posto fra due biscotti di farina integrale di grano insieme ad uno o due strati di cioccolato.


Etimologia ed origini

Il termine s'more deriva dalla contrazione dell'inglese "Some more" (un po' di più), contrazione dovuta probabilmente alla pronuncia della frase con la bocca piena (di s'mores). L'origine del dolce non è chiara, ma la prima testimonianza scritta dell'esistenza di questo dolce è contenuta nel libro scout del 1927 Tramping and Trailing with the Girl Scouts. La ricetta viene attribuita a Loretta Scott Crew, che afferma averne creato uno per la prima volta davanti al fuoco del campeggio per i suoi compagni scout. Non è chiaro quale sia il luogo dove uno s'more fu preparato per la prima volta, ma quel che è certo è che non vi sono prove che questo snack sia stato preparato prima di quella data. Sebbene si ignori quando il nome fu abbreviato da some more a s'more, ricette di Some more sono individuabile in varie pubblicazioni scout fino al 1971.


Preparazione

Nonostante si possa facilmente preparare con il microonde, lo s'more è tradizionalmente associato al campeggio. Parte del fascino del dolce sta nella sua semplice preparazione. Il marshmallow, infilzato in un bastoncino, viene tenuto sul fuoco ad arrostire in modo tale che il suo interno diventi soffice e liquido. Il marshmallow viene poi tolto dallo stecchino con due biscotti (i così detti graham crackers, simili ai Digestive), su uno dei quali è posto un pezzo di cioccolata, che col calore del marshmallow si ammorbidisce. In alternativa alcuni preferiscono arrostire l'intero s'more, per assicurarsi che tutti i componenti si scaldino ed ammorbidiscano a sufficienza, o semplicemente riscaldano i biscotti. A volte viene aggiunto del burro d'arachidi.


Variazioni




Interno di un Hershey's S'mores



Il successo degli s'more ha ispirato la creazione di dolci confezionati dal sapore simile ma che non per forza devono essere riscaldati, come gli Hershey's S'mores, o un tipo di Pop-Tart.


Curiosità

Gli s'more sono così popolari che i supermercati americani, durante i mesi estivi, spesso vendono biscotti, marshmallows e grosse barre di cioccolata tutti nella stessa sezione.
  • (Calorie: 81; Calorie da Grasso: 12)



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Biscotto di Ceglie

Biscotto di Ceglie.jpg



Il Biscotto di Ceglie o Biscotto cegliese (in dialetto "Piscquettələ") è un biscotto tipico di Ceglie Messapica. È un biscotto a base di pasta di mandorle e confettura di ciliegie o uva, con fragranza di limone, una variante prevede la copertura con il "cileppo" ovvero di una glassa a base di zucchero e anche cacao. Altri ingredienti utilizzati per la preparazione sono il miele e le uova. Il biscotto ultimato ha una forma quasi cubica, il colore può variare e dipende dalla presenza o meno della glassa a base di cacao. La glassa da al biscotto un colore bruno e facilita la conservazione nel tempo soprattutto della morbidezza interna.


Cenni Storici

La zona di produzione del biscotto cegliese (il territorio brindisino) è da secoli una terra vocata alla produzione delle mandorle ed è forse proprio per l'utilizzo delle mandorle che a Ceglie Messapica, terra di gastronomia, è nata la tradizione ormai secolare della produzione di questo dolce. Il biscotto cegliese veniva prodotto dalle famiglie contadine in occasione delle feste importanti e dei banchetti nuziali dove era utilizzato come bomboniera, con il passare del tempo il biscotto è divenuto una sorta di simbolo cittadino. Per la sua tutela e valorizzazione è nato negli ultimi anni un consorzio di produttori e cittadini che nel 2010 ha ottenuto proprio per l'unicità del prodotto il riconoscimento per il biscotto di Presidio Slow Food.


Zona di Produzione


Il biscotto è prodotto nel solo territorio comunale di Ceglie Messapica (circa 13.000 ettari). Tutte le materie prime sono prodotte nel territorio comunale secondo quanto previsto dal disciplinare del Presidio Slow Food. In particolare per le mandorle vengono individuati anche le varietà (Sepp d'amic, Spappacarnale, Sciacallo, Zia Pasqua, Gianfreda, Mingunna e Rivezzo) tutte locali e tipiche dell'altosalento alla base della preparazione del biscotto.

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Melomakarono

Smallhoneycake.JPG
I melomakarono

I melomakarono (μελομακάρονο) sono dei tipici dolci greci a forma d'uovo realizzati principalmente con farina, olio d'oliva e miele. Insieme ai kourabiedes, sono i tradizionali dolci preparati in Grecia durante il periodo di Natale.
Ingredienti tipici dei melomakarono sono la farina o il semolino, zucchero, scorze d'arancia, e/o succo d'arancia fresco, cognac (o bevande simili), cannella ed olio d'oliva. Durante la preparazione vengono spesso farciti con noci tritate. Dopo la cottura vengono immersi per un breve periodo in uno sciroppo caldo, realizzato con miele e zucchero sciolto in acqua. Alla fine vengono decorati con granella o crema di cioccolato, nelle varianti più recenti della ricetta.



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Caffè Michelangiolo




Il Caffè Michelangiolo a Firenze si trova in via Cavour al civico 21.
Dalla seconda metà dell'Ottocento fino al 1920 circa fu un luogo di animatissime discussioni sia d'ordine artistico che politico, un sodalizio d'artisti, quasi tutti toscani, che dopo il 1860, anima vivacemente il panorama artistico italiano e che ha contribuito in modo decisivo al rinnovamento dell'estetica pittorica tradizionale. In particolare qui si ritrovavano i giovani artisti in rivolta con l'arte accademica della vicina San Marco. Per la loro maniera di dipingere con larghe macchie di colori puri vennero definiti Macchiaioli.
Si davano qui convegno Silvestro Lega, Giovanni Fattori, Telemaco Signorini, Odoardo Borrani, Adriano Cecioni, Diego Martelli, Angiolo Tricca, Ferdinando Buonamici, ecc. Il Cecioni dipinse anche un quadro che ritraeva l'interno del caffè.
Successivamente alla chiusura, i letterati del Caffè Le Giubbe Rosse (Papini su tutti) apposero sul muro del vecchio Caffè una lapide, visibile ancora oggi, per omaggiare quello che è stato il primo Caffè letterario di Firenze.
Oggi il Caffè ospita il Museo Leonardo da Vinci Firenze ma rimane ancora attivo artisticamente promuovendo mostre ed eventi culturali legati alla memoria storica e al pensiero contemporaneo che qui i Macchiaioli e gli altri frequentatori produssero dal 1848 al 1861.
Parallelamente agli eventi esce la rivista NOI al Caffè Michelangiolo che tratta i temi storici, politici ed artistici che caratterizzarono il Caffè a metà Ottocento.


  • Gruppo di Macchiaioli al Caffè Michelangelo






  • Adriano Cecioni, Il Caffè Michelangiolo, 1867 ca.
  • Lapide sul luogo in cui sorgeva il Caffè Michelangelo







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Che bello, a Carnevale ogni dolce vale



Non solo frappe e castagnole. Carnevale colora le tavole dei golosi con dolci e tradizioni differenti. Qualità, ingredienti selezionati e una cura minuziosa, tanto nella preparazione dei diversi prodotti che nel servizio, sono le caratteristiche del Biscottificio Innocenti, che ha festeggiato i cento anni di attività, (via della Luce 21, 06-5803926), dove, a farla da padrone è il fritto.
«Tradizione vuole che le frappe siano fritte nell'olio bollente - dice la titolare Stefania Innocenti -. Cuocerle al forno significherebbe trasformarle in biscotti e, quindi, preparare un dolce diverso». Un intero tavolo all'interno del locale viene continuamente rifornito di frappe appena cotte, sulle quali lo zucchero a velo viene spolverato solo pochi istanti prima dell'acquisto, per garantirne la fragranza. Fritte anche le castagnole: semplici, zuccherate e bagnate nel liquore Strega o ripiene di crema. Specialità del forno, noto per la grande varietà di biscotti, la pastiera romana, simile a quella napoletana ma priva di canditi e essenze aromatiche, e gli «straccetti», biscotti con mandorle siciliane, pinoli o nocciole di Caprarola. Da Marinari (Corso Trieste 95, 06-8551045), le castagnole sono bagnate nel rum o ripiene di crema o ricotta. La «pizzicata», montagnola di palline di pasta fritta unite con il miele, che ricorda la cicerchiata laziale, è il dolce proposto dalla Pasticceria Siciliana Svizzera (piazza Pio XI 10, 06-6374974) dove, ovviamente, non mancano frappe e castagnole, queste ultime semplici o ripiene. Ricco il Carnevale di Romoli (viale Eritrea 142, 06-86325077), che accanto alle classiche frappe e castagnole, propone «gonfietti», pasta fritta ripiena di crema o ricotta, ravioli di ricotta aromatizzati con cannella, zeppole, sia fritte che al forno, con crema e marmellata di amarena. «Abbiamo, inoltre, inventato un dolce proprio per questi giorni di festa - spiega la titolare Roberta Romoli -. Sono le Stelle Filanti, una pastafrolla particolarmente croccante, insaporita con scorza d'arancio e limone, arricciata in modo da avere la forma del classico festone». Numerose le golosità dell'Antica Pasticceria Bella Napoli (Corso Vittorio Emanuele II 246, 06-6877048). Si comincia con il Migliaccio, il cui nome deriva dalla farina di miglio con cui veniva, originariamente, preparato, oggi sostituita da quella di granturco: una torta rotonda, realizzata con semolino, ricotta, zucchero e canditi, spolverata di zucchero a velo. C'è, poi, il sanguinaccio che, privato del sangue di suino previsto dalla tradizione, viene realizzato con latte, zucchero e cioccolata fondente. «La preparazione più complessa - commenta il pasticciere Alfredo Naddeo - è, sicuramente, quella delle Santa Rosa, che, non a caso, oggi sono ritenute quasi una rarità». Si tratta di sfogliatelle molto più grandi - quasi il doppio - di quelle abituali, realizzate con una pasta particolarmente sottile in più strati e farcite con crema e marmellata di amarene. Qui, ovviamente, si trovano anche le castagnole con crema, ricotta o nutella e le frappe, semplici o al cacao. Il cioccolato è una glassa che copre parte della frappa da Forno Argentina (via di Torre Argentina 3, 06-68806045), dove si trovano castagnole, mostaccioli al miele, ravioli con canditi al forno e bomboloni, semplici o alla crema. E sì, perché la bomba, o meglio, il krapfen, è un dolce tradizionale del Carnevale, oltre a essere il vero simbolo della festa in Austria. Lo sanno bene da La Dolceroma (via del Portico d'Ottavia 20, 06-6892196), specializzato in pasticceria austriaca e americana, dove, accanto ai krapfen «originali» con marmellata d'albicocca o crema, si possono trovare muffin e cookies di tutti i tipi, oltre a torte da decorare, su ordinazione, con marzapane a tema. Punta sulla varietà dei ripieni Napoleoni (via Appia Nuova 592, 06-7804727) che farcisce le zeppole con crema, marmellata, cioccolata o doppio gusto, le castagnole con nutella, crema semplice, d'arancio o di limone. Le frappe sono coperte con miele, mentre i ravioli sono punteggiati di gocce di cioccolato. Ricotta, cacao e crema per le castagnole de Il Fornaio (via dei Baullari 5, 06-68803947) che prepara pure gli struffoli e ravioli con crema di castagne. Ampia selezione di pasticceria da Antonini (via Sabotino 21, 06-3725052) con castagnole di crema, ricotta e alchermes, Grand Marnier e arancio, zeppole, frappe, fagottini al forno con ricotta e uvetta, baby-ravioli fritti ripieni di cioccolato.



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Apple pie

Risultati immagini per Apple pie


Si tratta di una tipica ricetta anglosassone. Per alcuni versi presenta delle analogie con la torta di mele e con lo strudel di mele. Quella che segue è una ricetta di base. Si trovano in giro parecchie varianti e alcuni ritengono indispensabile seguire degli accorgimenti particolari in alcuni passi. Tuttavia la seguente ricetta funziona con buoni risultati, senza il bisogno di eseguire operazioni complicate.

Ingredienti

Per la pasta esterna

(detta anche crosta)
  • 225 g (8 oz) di farina
  • 110 g (4 oz) di margarina o burro
  • 55 g (2 oz) di strutto
  • un pizzico di sale
  • 2 cucchiai (circa 30 ml) d'acqua fredda
In alternativa è possibile utilizzare:
  • 1 confezione già pronta di pasta per la crosta delle torte tipo pie.

Ripieno

  • 500 g (1 lb) di mele da cucinare, a fette
  • 2 cucchiai (circa 30 ml) di succo di limone
  • 28 g (1 oz) di burro salato
  • 500 g (2 1/2 tazze) di zucchero e dello zucchero aggiuntivo per spolverizzare
  • 30 g (1/4 di tazza) di farina
  • 20 g (2 1/2 cucchiai) di amido di mais
  • Cannella
  • Noce moscata

Per la guarnizione superiore

  • 28 g (1 oz) di latte
  • Cannella
  • Zucchero

Preparazione

Pasta esterna

  1. Mescolate con le mani tutta la farina, la margarina (o il burro), lo strutto ed il sale tutti insieme fino ad ottenere una buona pasta
  2. Aggiungete due cucchiai di acqua fredda per fare una pagnotta soffice ma ferma
  3. Stendete la pasta su una superficie infarinata fino alla dimensione desiderata per la vostra torta, fate due croste di tali dimensioni
  4. Mettete una delle due croste nella tortiera



Il resto della preparazione

  • Non fate precuocere le mele, perché questo priverebbe la torta di parecchio del suo gusto e farebbe diventare le mele una pappa!
  1. Pelate e tagliate a fette le mele (a fette di spessore di circa 3 - 6 mm)
  2. Aggiungete il succo di limone alle fette di mele
  3. Mischiate con le mani le mele con 100 g di zucchero e con qualche pezzo di cannella.
  4. Trasferite le mele, senza il succo che si è formato, nella tortiera (questo aiuta ad evitare che la torta bolla nel forno)
  5. mescolate in un'altra bacinella, la parte restante dello zucchero, la parte restante della cannella, la noce moscata, la farina e l'amido di mais.
  6. Versate questo miscuglio sopra le mele nella tortiera
  7. Imburrate leggermente
  8. Coprite con l'altra crosta
  9. Unite le due croste tra loro usando una forchetta o le dita
  10. Fate degli intagli a forma di V o di losanga nella crosta superiore
  11. Spennellate la crosta superiore con del latte e spargete sopra dello zucchero aggiuntivo e spargete della cannella
  12. Cuocete al forno a 177 °C (350 °F) fino a quando non diventa di color marrone dorato (circa 60 minuti)
  13. Servire caldo ed accompagnate ad esempio con gelato o con crema (pasticcera o budino)



Note, suggerimenti e varianti

  • Utilizzate assieme diversi tipi di mele per ottenere un vasto insieme di sapori e di fragranza
  • Utilizzate 2 o 3 mele Granny Smith, assieme ad altri tipi di mele
  • Sostituite lo strutto con qualcosa di addensante per ottenere un dolce vegano


Attenzione

  • Il ripieno sarà molto caldo subito dopo aver tirato la torta fuori dal forno. Prestate attenzione a non scottarvi quando tirate fuori la torta dal forno. Evitate di mangiare la torta quando è ancora bollente.




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