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Joulutorttu

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Lo joulutorttu ("dolce/torta di Natale", plur.: joulutortut; in svedese: jultårta), conosciuto anche come tähtitorttu ("torta a forma di stella") è un tipico dolcetto natalizio della Finlandia, a base di marmellata di prugne.


Ingredienti

Per preparare lo joulutorttu, occorrono i seguenti ingredienti:
  • Farina
  • Burro
  • Uova
  • Panna
  • Bicarbonato di sodio
  • Ricotta
  • Marmellata di prugne
  • Zucchero a velo


Preparazione



Preparazione degli joulutortut



Gli impasti devono essere infornati a 225° gradi e cuocere per circa 20 minuti fino a che non assumono una colorazione dorata.



Lo joulutorttu nella cultura di massa

  • Joulutorttu è il titolo di un album degli Eläkeläiset del 2002

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Nata de coco





Gelatine preparate con acqua di cocco






La nata de coco è un alimento gelatinoso e traslucido preparato attraverso la fermentazione dell'"acqua di cocco", il liquido contenuto all'interno delle noci di cocco che gelifica sotto l'azione dell'Acetobacter xylinum. Originario delle Filippine, la nata de coco è comunemente consumata dolcificata come dolce o dessert in abbinamento a diversi piatti come sottaceti, bevande, gelati, budini e macedonie.


Etimologia

Il termine nata de coco deriva dallo spagnolo e significa "crema di cocco". Il nome spagnolo deriva dalla colonizzazione spagnola delle Filippine avvenuta tra il XV e il XIX secolo.


Valori nutrizionali

La nata de coco è fortemente raccomandata per il suo elevato contenuto di fibre e il suo ridotto apporto di grassi e colesterolo.


Produzione

La nata de coco commerciale è prodotta da piccole fattorie in Thailandia, Malesia, nelle Filippine e in Indonesia, soprattutto nella regione di Yogyakarta.
La gelatina di acqua di cocco è prodotta attraverso una serie di passaggi:
  1. Estrazione dell'acqua di cocco
  2. Fermentazione dell'acqua di cocco tramite colture batteriche
  3. Separazione del gel
  4. Pulizia e rimozione dell'acido acetico
  5. Taglio e imballaggio




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Çörek



Il çörek (turco), detto anche tsoureki (in greco τσουρέκι), panarët (arbëreshë), choreg (armeno) o çörək (azero) è un pane dolce tipico delle cucine della Turchia, Balcani, Azerbaigian e Armenia. È formato da strisce intrecciate di pasta.
La parola viene probabilmente dal turco antico çevrek, traducibile con "rotondo".
Questo tipo di dolce è tradizionale anche in molte altre nazioni, come Ungheria e Repubblica Ceca. Esempi sono il badnji kruh nella cucina croata, la colomba de páscoa nella cucina portoghese, la galette des rois in Francia, il kulich nella cucina russa, l'anise in Italia e il challah nella cucina ebraica.


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Halo-halo

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Halo-halo (dal Tagalog halò: mescolanza) è un dolce popolare delle Filippine che è una miscela di ghiaccio tritato e latte evaporato a cui si aggiungono vari ingredienti come la nata de pina (gel di ananas), la nata de coco (gel di cocco), il sago (tapioca sotto forma di perle gelatinose), il mungo (fagioli rossi dolci), il pinipig (tipo particolare di riso soffiato), l'ube (tubero dolce di colore viola (igname), ecc... Il tutto servito in un bicchiere alto o una ciotola.

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Zucchero filato

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Lo zucchero filato è una particolare forma in cui si può presentare lo zucchero.

Storia

Lo zucchero filato ha origini incerte, sembra essere nato in Europa nel XVIII secolo.
Gli inventori della macchina per lo zucchero filato sono il dentista William Morrison e il pasticciere John C. Wharton, originari di Nashville in Tennessee, che inventarono la macchina per produrlo nel 1897. Questo prodotto dolciario viene però scoperto dal grande pubblico nel 1904 alla Fiera mondiale di St. Louis (Missouri, USA) quando fu presentato dagli stessi inventori con il nome di fairy floss (lana di fata); ebbe un enorme successo e furono vendute 68.655 confezioni al prezzo di 0,25 dollari la confezione, prezzo non irrisorio al tempo.
In Italia lo zucchero filato fa la sua prima comparsa nel 1906 a Udine con il Circo di Buffalo Bill. Anche se oggigiorno sta un po' perdendo popolarità, lo zucchero filato si è diffuso in tutto il mondo e tradizionalmente lo si associa a eventi di festa quali luna park, circo, fiere, feste di paese e in generale all'infanzia. Normalmente è affiancato dalla macchina dei pop corn. Nei Paesi Arabi e in alcuni Paesi del Centro America lo si vende preconfezionato e i bastoncini in genere sono inseriti all'interno di un lungo cilindro in modo da formare un "Albero dello zucchero". Dagli Stati Uniti è giunta recentemente anche la moda di porlo in confezioni di plastica vendute nei centri commerciali mentre in Germania si inserisce in buste dove spesso sono inseriti fiocchi di vario colore e gusto. In Italia si è più tradizionalisti e va soprattutto quello semplice senza coloranti. Si avvolge o in bastoncini di legno o in coni di carta. Lo zucchero filato è uno di quei prodotti che risultano commercialmente validi solo se venduti in strada, stranamente non riscuote successo se venduto nel contesto di un bar o di un altro genere di locale. Contrariamente a quanto si pensa non fa male perché nonostante le apparenti dimensioni contiene poco zucchero. In Italia chi si limita nella propria attività alla vendita di solo zucchero filato e pop corn è esonerato dall'emissione dello scontrino fiscale.


Composizione

Lo zucchero filato è fatto con zucchero e, eventualmente, coloranti alimentari e aromi. I gusti più classici sono semplice zucchero e fragola ma ne esistono degli altri come quello alla paprika, alla banana, al cocco o alla menta.



La macchina per produrlo



Macchina che prepara lo zucchero filato.






Le macchine moderne per la produzione di zucchero filato utilizzano questo procedimento: la parte centrale della macchina consiste di un contenitore in cui viene messo lo zucchero e addizionato con gli eventuali coloranti e aromi. Una resistenza elettrica riscalda gli ingredienti fondendo lo zucchero. Lo zucchero, fuso in questo modo, sprizza fuori dal corpo centrale attraverso piccolissimi fori; entrando a contatto con l'aria più fredda si solidifica ed assume la caratteristica composizione a filetti che vengono raccolti in un recipiente metallico. A questo punto basta ruotare un piccolo stecchino lungo il recipiente metallico per raccogliere i piccoli filetti di zucchero, i quali, essendo molto appiccicosi, si attaccheranno tra loro diventando molto simili a batuffoli di ovatta o cotone. I professionisti riescono ad avvolgerlo prima che questo raggiunga le pareti della pentola in modo da renderlo più voluminoso e aerato.
Lo zucchero risente molto del grado di umidità dell'aria per cui un clima secco favorirà la delicatezza del prodotto. Le prime macchine facevano roteare la parte centrale tramite una manovella e la riscaldavano con una fiammella data da uno stantuffo immerso precedentemente nell'alcol. Successivamente l'alcol è stato sostituito dalla bombola del gas e dalla resistenza elettrica mentre la rotazione della parte centrale avviene grazie ad un motore elettrico alimentato dalla rete elettrica o tramite una batteria. L'Italia ha due tra le principali aziende europee produttrici di macchine dello zucchero filato e si trovano a 5 chilometri di distanza una dall'altra, a Masi (PD) e a Badia Polesine (RO). A livello mondiale è leader una ditta statunitense di Cincinnati in Ohio che ha rappresentanze in molti paesi del mondo e anche in Italia. Esistono inoltre macchine per la produzione automatica.


Preparazione manuale

Versare lo zucchero in un pentolino metallico, unire acqua fredda e mettere il pentolino su un fornello a fiamma bassa. Fare sciogliere lo zucchero mescolando con una spatola senza mai arrivare a bollore finché tutto lo zucchero non si è sciolto (altrimenti brucia); se necessario sollevare temporaneamente il pentolino dalla fiamma. Una volta sciolto interamente lo zucchero occorre unire dello sciroppo di glucosio; quindi alzare il fuoco facendo, però, sempre bene attenzione che questo rimanga sotto il pentolino senza mai andarne a lambire le pareti. Portare a ebollizione e lasciare cuocere senza coperchio, mescolando di continuo e schiumando ogni tanto con un mestolo forato.
Occorre, durante tutta questa fase, per evitare che lo zucchero si cristallizzi e bruci, pulire spesso le pareti interne del pentolino (ideale per questa operazione sarebbe un pennellino inumidito con acqua fredda). Fare sobbollire per qualche minuto (il composto deve diventare più denso; non deve assolutamente cambiare colore: se lo fa sta cuocendo troppo), quindi colare in acqua fredda lo zucchero cotto e lasciarlo raffreddare in modo che addensi un poco; lo zucchero non deve comunque rimanere troppo nell'acqua o si scioglierà. Per raccoglierlo basterà immergere uno stecchino o una forchetta nell'acqua ed estrarre tutti i fiocchi.




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Basbousa





Basbusa ricoperta di noci



La Basbousa, in arabo basbūsah (بسبوسة) o harīsa (هريسة), in armeno shamali (Շամալի), in greco revani (ρεβανί) o rabani (ραβανί), in turco revani o ravani, è una torta dolce tipica del Medio Oriente a base di semolino, ricoperta di sciroppo di zucchero e decorata con una mandorla su ogni fetta.
Una variante molto popolare è fatta con l'aggiunta di farina di cocco.
Si trova in molte cucine dell'area del mediterraneo orientale, tra le quali quella israeliana, anche se con nomi diversi.



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Marillenknödel

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Un piatto di Marillenknödel


I Marillenknödel (canederli di albicocca) sono un piatto dolce comune nella cucina austriaca (soprattutto a Vienna), così come in quella della Boemia e della Moravia. Il ternime tedesco Marillen si traduce in italiano come albicocche e quindi questo dolce si trova principalmente nelle zone in cui i frutteti di albicocche sono comuni. Esempi di tali aree potrebbero includere la Wachau e la Val Venosta.
Questa tipologia di canederli vengono formati a partire da un impasto, in cui vengono poste albicocche o susine. I canederli vengono poi bolliti in acqua leggermente salata e ricoperti nel pangrattato e poi fritti e infine cosparsi di zucchero a velo. La pasta è di solitamente fatta di patate.
Presso la gelateria Kurt Tichy a Vienna si possono anche trovare anche i Eismarillenknödel, dove la pasta è fatta di gelato e al di sopra viene cosparso da una miscela di noci e zucchero.


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Himbasha

Himbasha.jpg
L'imbasha è un tradizionale pane delle celebrazioni in Eritrea.


L'himbasha è un pane celebrativo della cucina etiope ed eritrea, leggermente dolce. Viene spesso servito nelle occasioni speciali. Ne esistono diverse varietà, tuttavia si distingue sempre per la presenza di semi di cardamomo.
All'impasto viene dato un tocco decorativo prima della cottura. Il design varia nei dettagli, ma in generale gli viene data la forma di una ruota con dei solchi disposti in modo tale da creare dei raggi.



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Sfratto di Pitigliano

Sfratto di Pitigliano.


Lo sfratto è un dolce ebraico tradizionale, tipico della Maremma grossetana, in particolare della zona di Pitigliano, a base di noci e miele.


Storia

Il suo nome trae origine dalla storia della comunità ebraica di Pitigliano che ricorda l'usanza locale di picchiare alla porta degli ebrei con un bastone, usanza che va fatta risalire al secolo XVII, quando il Granduca di Toscana Cosimo II de' Medici fece emanare un editto con il quale intimava agli ebrei delle zone di Pitigliano, Sovana, e Sorano, di lasciare le loro case per trasferirsi nel ghetto di Pitigliano.
Un secolo dopo, gli ebrei di Pitigliano crearono questo dolce per ricordare l'evento dei messi che, battendo alle porte degli ebrei, avevano intimato loro di lasciarle. Infatti, lo sfratto ha forma allungata, simile a un bastone, e contiene un ripieno composto da miele, scorzette di arancia, noci, anice e noce moscata, che conferiscono un sapore dolce e un profumo intenso. Poiché questi ingredienti erano usati anche nei secoli precedenti dalle popolazioni autoctone, è possibile che lo sfratto attinga a un'antica ricetta etrusca.

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Loukoumades




I loukoumades (in lingua greca moderna: "λουκουμάδες"; al singolare: λουκουμάς, loukoumas) sono frittelle dolci tipiche della Grecia, di derivazione arabo turca


Preparazione

Per la preparazione sono necessari farina per dolci, lievito, sale da cucina, latte, acqua (per ottenere un impasto fluido da amalgamare bene e lasciar riposare per qualche ora). Scaldare in una padella a bordi alti una grande quantità di olio extravergine d'oliva e versarvi velocemente a piccole cucchiaiate l'impasto, formando delle palline, con l'accortezza di immergere ogni volta il cucchiaio in un bicchiere con dell'acqua. Le palline si gonfiano subito e, non appena dorate girarle e poi con una schiumarola porle a scolare su carta assorbente. Accomodarle sul piatto da portata e cospargerle di miele, graniglia di mandorle e cannella in polvere.

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Rugelach

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Rugelach al cioccolato


Piatto di Rugelach



Il Rugelach (Yiddish: רוגעלך) è un dolce tipico della cultura Ebraica di origine Aschenazita.
I Rugelach tradizionali hanno la forma simile a quella di un cornetto, fatto con pasta arrotolata intorno ad un ripieno. Alcune fonti ne attribuiscono la medesima origine viennese, commemorativa della battaglia di Vienna del 1683; tuttavia, tale fatto rimane soltanto una leggenda, in quanto il Rugelach e il Kipferl (o Kipfel), il suo ipotetico predecessore, sono antecedenti all'era moderna, mentre il croissant come lo conosciamo oggi è stato introdotto soltanto nel XIX secolo.


Etimologia

Fedele alle sue origini, il nome viene dallo Yiddish: il finale ach (ך) indica il plurale, mentre la particella el (ל) indica un diminutivo; la radice Rug del nome significa "rigirato" oppure "rivoltato", in riferimento alla forma di questi dolci. La traduzione finale può quindi essere "involtini dolci". Alternativamente, si può intendere la radice come Rugel che in ebraico significa "Reale" (riferito al gusto); tuttavia, tale ipotesi è in contrasto con l'equivalente Yiddish della parola "reale" stessa, ovvero "keniglich".


Ingredienti

I Rugelach sono preparati con una pasta di panna acida (ricetta tradizionale), o, alternativamente di formaggio cremoso (più recente, probabilmente introdotto da Ebrei Americani); esistono anche versioni prive di derivati del latte, tale da far sì che il dolce possa esser consumato insieme o dopo un pasto di carne e rispettare le regole kosher di tradizione Ebraica. Il ripieno può variare: uvetta, cioccolato, nocciole, marzapane, cannella o frutta candita.


Cultura di massa

Parte della tradizione popolare ebraica, si consumano in ogni periodo dell'anno, in ogni giorno della settimana, incluso il Sabato.




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Caffè Pasticceria Piccardo



Il Caffè Pasticceria Piccardo è un locale storico della città di Imperia, di centenaria tradizione. Si trova nel centro storico dell'abitato di Oneglia, sotto i rinomati portici di piazza Dante, cuore del passeggio. È iscritto all'associazione dei Locali Storici d'Italia e segnalato da numerose guide italiane e straniere per l'eccellenza dei prodotti artigianali, la particolarità degli antichi arredi, che conservano ancora intatto il fascino umbertino degli anni venti, la professionalità del servizio.


Storia

Gli inizi

La fondazione del Caffè Piccardo risale al 1905, quando ancora Imperia non esisteva (fu fondata nel 1923) e Oneglia era una città a sé stante. In arrivo da Voltri, Giacomo Piccardo insieme alla sorella Teresa rileva il Caffè della Posta, in quella che all'epoca si chiamava ancora piazza Maria Teresa, e lo trasforma nell'Ideal Bar, un locale più moderno e funzionale, dall'arredamento ispirato ai più ambiziosi canoni di una grande città come Genova.
Nel 1910 viene attuata un'altra ristrutturazione che muta l'Ideal in Splendid Bar, una struttura ancora più elegante e avveniristica, esaltata anche da una molto favorevole recensione della Cronaca Onegliese del Giornale Ligure del 1º ottobre. In breve, lo Splendid Bar viene affiancato dalla Premiata Pasticceria Genovese, attività gestita proprio dalla sorella di Giacomo, Teresa.


Gli anni Venti

Negli anni venti, i due locali vengono accorpati, all'angolo di piazza Dante con la centralissima via Bonfante, in una unica lussuosa struttura, destinata a entrare nella storia di Imperia e non solo. In quella che ormai è diventata la capitale dell'olio di oliva, i signori della città si incontrano giorno e notte per stringere patti e formare alleanze, facendo affari più che in ditta. Il Caffè Piccardo Pasticceria acquista la fama di locale di élite, in cui si entra solo se laureati, mentre le torte e gli altri i prodotti del laboratorio di pasticceria sono contesi per i rinfreschi più esclusivi della Riviera.


Il dopoguerra

Dopo la seconda guerra mondiale, la gestione del Caffè passa nelle mani del figlio di Giacomo, Ambrogio, che eredita un locale con già mezzo secolo di storia alle spalle. Oltre a bere caffè e mangiare brioche, da Piccardo gli imperiesi seguono i piccoli e grandi eventi del periodo, dalle peripezie calcistiche della squadra locale all'arrivo della televisione e delle prime puntate di Lascia o raddoppia.
Negli anni del boom economico, la Riviera si riempie di turisti e la popolarità di Piccardo cresce a vista d'occhio, sia per i dolci favolosi, sia per i tanti personaggi annoverati tra la sua clientela a cinque stelle. L'episodio forse più famoso della vasta aneddotica del locale – riportato da vari siti e giornali – è una memorabile incursione del ciclista Fausto Coppi che, in testa alla Milano-Sanremo con oltre dieci minuti di vantaggio, smonta dalla bicicletta per prendersi un caffè da Piccardo e poi riparte velocissimo verso la vittoria. Tra gli altri, si vedono al bancone di Piccardo, anche il senatore (e poi Presidente della Repubblica) Sandro Pertini, lo scrittore Italo Calvino, il pubblicitario Armando Testa, il compositore Luciano Berio, l'artista Georg Baselitz.


La ristrutturazione degli anni 70

Nel 1973, l'improvvisa scomparsa di Ambrogio, nel frattempo diventato Cavaliere del Lavoro e fondatore della Unione Commercianti a Imperia, costringe le figlie Carla e Maria Teresa a prenderne il posto. Le due sorelle danno subito vita a una profonda ristrutturazione del locale, che viene ingrandito e rinnovato, senza però rinunciare al suo stile classico e inconfondibile.
Nel 1987, al Caffè Pasticceria Piccardo, si affianca, negli spazi della sala da tè, il Piccardilly, un ristorante espresso nato per soddisfare tutte le esigenze di una clientela ormai interclassista. Sotto le scritte dorate che sulle antiche facciate di mogano recitano Pasticceria, Liquoreria, Confetteria, Gelateria, le due sorelle Carla e Maria Teresa portano avanti con orgoglio e impegno l'attività iniziata dal nonno Giacomo e proseguita dal padre Ambrogio. Le segnalazioni e gli elogi ricevuti dalle guide non si contano, così come i complimenti dei turisti italiani e stranieri, che hanno ormai fatto di Piccardo una tappa fissa delle vacanze in Riviera.


Il recupero storico del 2003

Nel 2003, un nuovo, ambizioso lavoro di ristrutturazione, con un elaborato intervento di recupero storico, accorpa i locali contigui della pasticceria e del ristorante in una unica, più funzionale struttura. L'anno successivo, in vista dell'imminente centenario, il Caffè Pasticceria Piccardo viene ammesso all'associazione dei Locali Storici d'Italia - unico bar in tutta la provincia di Imperia - e il sindaco di Imperia consegna alle sorelle Carla e Maria Teresa una targa di merito, unica nel suo genere, per l'attività svolta a favore della promozione dell'offerta ricettiva cittadina.
Oltre che sulle guide specializzate, Piccardo inizia a uscire anche su riviste generaliste come GQ, Dove, Donna Moderna, Specchio de La Stampa. Il Secolo XIX e le edizioni liguri de Il Giornale e La Stampa enfatizzano ogni successo raggiunto dal locale, riprendendo in una occasione anche le parole dell'assessore regionale alla cultura Fabio Morchio, che nel 2007 ha definito i locali storici della Liguria «un formidabile patrimonio culturale».


Locale

Pur essendo stato sottoposto nel corso dei decenni a ristrutturazioni e traslochi di considerevole portata, il Caffè Pasticceria Piccardo di Imperia ha sempre cercato di mantenere intatto il caratteristico stile umbertino, unendo innovazione e tradizione in allestimenti di grande impatto visivo, ma allo stesso tempo anche molto funzionali.
Dopo l'ultimo trasloco del 2003, con l'intervento di recupero storico degli ebanisti Alfonso e Giorgio Maligno, il Caffè Pasticceria Piccardo si presenta al numero 2 di piazza Dante, sotto i portici di Oneglia, con tre facciate in mogano antico, decorate con specchi, colonne e capitelli finemente intarsiati, e su cui si stagliano le grandi scritte dorate che insieme al nome del locale, ne declinano le principali offerte: Pasticceria, Liquoreria, Confetteria.
Dentro, una ampia sala di circa 150 metri quadrati è illuminata da neon, lampade e plafoniere in vetro di Murano. Al centro, intorno ai pilastri che sorreggono il soffitto a volta, troneggia un mastodontico bancone a isola di marmo verde, con le tradizionali decorazioni in stile umbertino del locale che si alternano a pannelli in plexiglas retro illuminati, contenenti le foto in bianco e nero che raccontano la storia della famiglia Piccardo.
Sulla destra si stagliano l'ampia vetrina della pasticceria e quella refrigerata della gelateria. A sinistra, nello spazio della sala da tè, fa bella mostra di sé il blasone di famiglia, montato su una parete su cui è stampata una grande riproduzione retro illuminata della fotografia della inaugurazione dell'Ideal Bar, il primo locale aperto a Oneglia dai Piccardo nel 1905.
Dietro il bancone c'è lo spazio per il lunch, con l'angolo cottura dove vengono preparati i piatti espressi. Il piano di sopra della struttura ospita invece il laboratorio della pasticceria, quello della gelateria, la cucina del bar e del ristorante, l'ufficio e il magazzino. Nel sottosuolo si trovano le cantine, incredibilmente vaste anche per un locale così grande, dove tra l'altro sono tenuti molti vecchi macchinari.


Citazioni

Nel corso della sua centenaria storia, il Caffè Pasticceria Piccardo è stato citato e utilizzato come scenario da moltissime opere di fiction, come romanzi, racconti, film, telefilm italiani e stranieri. Il caso più curioso è forse quello del romanzo di fantascienza Il codice dell'Apocalisse di Andrea Carlo Cappi e Alfredo Castelli (pubblicato nel 2001 sul trimestrale da libreria M-Rivista del Mistero e poi nel 2007 ristampato in volume da Alacran Edizioni), in cui il popolare personaggio dei fumetti della Sergio Bonelli Editore Martin Mystère raggiunge insieme all'assistente Java il Caffè Piccardo a Imperia mentre indaga su una misteriosa setta satanica. Tra i tavolini del rinomato locale, il detective dell'impossibile incontra lo scrittore e giornalista Marco Vallarino, anche lui studioso dell'occulto, che gli permetterà di proseguire l'indagine accompagnandolo nella villa, sulle alture di Alassio, dell'oscuro rocker Asta Roth.

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Challah

Shabbat Challos.jpg
Due Challot



Challah (חלה plurale Challot) è un pane tradizionale ebraico a forma di treccia mangiato in occasione dello Shabbat (e di altre feste, tranne Pesach). Lo Shabbat è il giorno di festa degli ebrei.

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Caffè Romano





Tavolini all'aperto


«... Ecco il tavolino preparato per lei! Cassata, fragola, schiumone: abbiamo gelati d’ogni genere stasera, signor marchese!»
(Le sere d’estate in piazza e al bar, era una festa» di Pier Maria Rosso di San Secondo)






Il caffè Romano o bar Romano o Gran Caffè Romano è stato uno storico caffè della città di Caltanissetta, di proprietà del cavaliere Raimondo Romano detto Ramunnu in siciliano.


Storia

Esso è stato un luogo simbolo della città nissena, insieme alla libreria Sciascia. Posto di fronte il Palazzo del Carmine storica sede del Comune nisseno; nei suoi tavolini si sono seduti Leonardo Sciascia, Vitaliano Brancati, Pier Maria Rosso di San Secondo, Pompeo Colajanni, Giuseppe Granata, Giuseppe Alessi, il preside Luigi Monaco e tanti altri insieme all'intelligentia nissena tutta.
Ha operato ininterrottamente dal 1923 fino alla sua chiusura avvenuta nell'aprile del 2014. Nel settembre del 2000, dopo qualche tempo la morte di Romano, aveva cambiato gestione.
Conosciuto per i suoi dolci tipici della tradizione nissena come il rollò, il cannolo e tanti altri oppure per i raffiolini o per la qualità dei gelati duri e dei torroni.



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Semla

SemlaFlickr.jpg



Un Semla o fastlagsbulle (svedese), laskiaispulla (finlandese), vastlakukkel (estone), bolla (islandese) o anche fastelavnsbolle (danese e norvegese), è un dolce tipico di tutte le nazioni scandinave e dei paesi baltici, solitamente associato all'inizio della Quaresima o al Lunedì prima della quaresima. In Islanda l'usanza di preparare questo dolce è così diffusa che il Lunedì prima del Mercoledì delle Ceneri prende il nome dal dolce: bolludagur.


Etimologia

Il nome semla (plurale semlor) è un prestito dal tedesco Semmel, a sua volta derivato dal latino semilia, che indicava originariamente la semola e che è poi passato ad indicare il pane in generale.
In finlandssvenska la parola più comune per indicare il dolce è laskiaispulla, mentre semla indica semplicemente il pane spalmato con burro e consumato a colazione.


Storia

La versione più antica di questo dolce consisteva in un semplice pezzo di pane nero immerso in una ciotola di latte caldo. In Svezia erano chiamati, in questa forma, hetvägg dal basso tedesco hete Weggen (fette calde). Oggi il tipico semla è un soffice panino rotondo, speziato con il cardamomo, a cui viene asportata l'estremità superiore e la parte spugnosa interna e successivamente riempito con panna montata e crema di mandorle. A volte, la parte superiore asportata è posta sopra la panna e ricoperta di zucchero a velo. È abitudine mangiare i semlor accompagnati da tè o da caffè anche se in alcune zone, specialmente in Svezia, si è mantenuta la vecchia tradizione di consumare questo dolce immergendolo nel latte caldo.
In Finlandia, dove viene chiamato laskiaispulla, è diffusa la variante con confettura di lamponi al posto della crema di mandorle. Il nome finlandese deriva dal sostantivo laskea che indica l'azione di correre in discesa con una slitta da neve. Questo dolce era, infatti, legato in tempi precristiani alla festa invernale del Laskiaistiistai durante la quale i bambini e giovani delle varie famiglie del paese si lasciavano scivolare in slitta da una collina gareggiando tra di loro. Si pensava che la famiglia che avesse vinto la gara avrebbe avuto il miglior raccolto durante l'anno successivo. Con la diffusione del cristianesimo, la festa del Laskiaistiistai, e i relativi dolci, sono stati integrati tra le altre tradizioni cristiane e spostati a inizio quaresima.






Fastelavnsbolle


Tipico semla danese



La versione danese (fastelavnsbolle) e islandese del dolce differisce da quelle sopraelencate. Il fastelavnsbolle è realizzato solitamente con la pasta sfoglia e riempito di panna montata, marmellata e spesso ricoperto di glassa.


Curiosità

  • Col il passaggio di molti paesi scandinavi al Protestantesimo, il semla non si consuma più solamente in occasione dell'inizio della Quaresima ma si può trovare nelle pasticcerie da gennaio a Pasqua.
  • Adolfo Federico di Svezia morì nel 1771 per indigestione dopo un pranzo che prevedeva un dessert composto da ben 14 semlor ed è per questo chiamato il sovrano che mangiò sino alla morte.
  • Il Semla è stato il dolce scelto come proprio simbolo dalla Finlandia durante il Café Europe nel 2006.
  • Il musicista black metal svedese Dead ha inciso una canzone nel 1987 dal titolo Disgusting Semla.



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Caffè Tettamanzi



Il Caffè Tettamanzi (o Bar Majore), è un locale storico di Nuoro fondato nel 1875 e situato al corso Giuseppe Garibaldi 71.

Storia

Questo caffè chiamato anticamente Bar Majore, veniva frequentato quotidianamente da Sebastiano Satta e dagli altri intellettuali dell'Atene Sarda. All'interno il soffitto è impreziosito dagli stucchi originali opera di Tettamanzi, fondatore del locale; ebanista piemontese, venne a Nuoro per lavorare al coro ligneo dell'erigenda cattedrale. Le pareti del locale conservano ancora alcuni specchi d'epoca.
L'interno di questo caffè storico ricorda quello descritto da Salvatore Satta nel suo romanzo Il giorno del giudizio: «Il Corso si stendeva dalla piazza di San Giovanni, al Ponte di Ferro si affacciavano le case di pretesa, quella di Tettamanzi, altro continentale, ma di cui non si serbava ricordo che nel nome del caffè, al piano terreno. Era un caffè grazioso, con piccole salette orlate di divani rossi, come, salvando il rispetto, i caffè di Venezia».
Il Caffè Tettamanzi si trova al piano terra, di un grande edificio che si affaccia sul Corso Garibaldi, nel centro di Nuoro e costituiva il luogo di ritrovo dei nuoresi del primo novecento. Ancora oggi è punto di ritrovo di nuoresi e turisti.
Al giorno d'oggi nel bar vengono allestite anche delle mostre fotografiche e/o artistiche.

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Kalač

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Il kalač in russo: калач è un tipo di pane bianco russo fatto con farina di frumento e modellato a forma di maniglia.


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Caffè Pedrocchi




Lo storico Caffè Pedrocchi: Veduta del lato Sud, con il portico neogotico



Veduta da Nord-Ovest





Il Caffè Pedrocchi è un caffè storico di fama internazionale, situato nel pieno centro di Padova, in via VIII Febbraio nº 15. Aperto giorno e notte dal 1916 e perciò noto anche come il "Caffè senza porte", per oltre un secolo è stato un prestigioso punto d'incontro frequentato da intellettuali, studenti, accademici e uomini politici. L'8 febbraio 1848, il ferimento al suo interno di uno studente universitario diede il via ad alcuni dei moti caratterizzanti il Risorgimento italiano e che sono ancora oggi ricordati nell'inno ufficiale universitario, Di canti di gioia.


Storia




(FR)
« C'est à Padoue que j'ai commencé à voir la vie à la vénitienne, les femmes dans les cafés. L'excellent restaurateur Pedrocchi, le meilleur d'Italie. »
(IT)
« È a Padova che ho cominciato a vedere la vita alla maniera veneziana, con le donne sedute nei caffè. L'eccellente ristoratore Pedrocchi, il migliore d'Italia. »
(Stendhal)



Tra Settecento e Ottocento il consumo del caffè si è diffuso anche in Italia e si è andata così affermando la tradizione del caffè come circolo borghese e come punto d'incontro aperto, in contrapposizione alla dimensione privata dei salotti nobili. A Padova la presenza aggiuntiva di oltre tremila persone tra studenti, commercianti e militari fece sì che, più che in altri centri cittadini, si sviluppasse questo tipo di attività.
In questo contesto, nel 1772 il bergamasco Francesco Pedrocchi apre una fortunata "bottega del caffè" in un punto strategico di Padova, a poca distanza dall'Università, dal Municipio, dai mercati, dal teatro e dalla piazza dei Noli (oggi Piazza Garibaldi), da cui partivano diligenze per le città vicine, e dall'Ufficio delle Poste (oggi sede di una banca).


Ritratto di Antonio Pedrocchi, di Achille Astolfi, Museo del Risorgimento e dell'età contemporanea, Padova.



Il figlio Antonio, ereditata la fiorente attività paterna nel 1800, dimostra subito capacità imprenditoriali decidendo di investire i guadagni nell'acquisto dei locali contigui al suo e, nel giro di circa 20 anni, si ritrova proprietario dell'intero isolato, un'area pressappoco triangolare delimitata a est dalla via della Garzeria (oggi via VIII Febbraio), a ovest da via della Pescheria Vecchia (oggi vicolo Pedrocchi) e a nord dall'Oratorio di San Giobbe (oggi piazzetta Pedrocchi).
Il 16 agosto 1826 Antonio Pedrocchi presenta alle autorità comunali il progetto per la costruzione di uno stabilimento, comprendente locali destinati alla torrefazione, alla preparazione del caffè, alla "conserva del ghiaccio" e alla mescita delle bevande. Prima di questo cantiere, Pedrocchi aveva incaricato un altro tecnico, Giuseppe Bisacco, di eseguire i lavori di demolizione dell'intero isolato e di costruire un edificio ma, insoddisfatto del risultato, aveva richiesto a Giuseppe Jappelli, ingegnere e architetto già di fama europea e esponente di spicco della borghesia cittadina che frequentava il caffè, di riprogettare il complesso dandogli un'impronta elegante e unica.
Nonostante le difficoltà determinate dal dover disegnare su una pianta irregolare e dal dover coordinare facciate spazialmente diverse, Jappelli fu in grado di progettare un edificio eclettico che trova la sua unità nell'impianto di stile neoclassico. L'illustre veneziano volle trasferire in architettura la sua visione laica e illuminista della società, creando quello che poi diverrà uno degli edifici-simbolo della città di Padova.
Il piano terreno fu ultimato nel 1831, mentre nel 1839 venne realizzato il corpo aggiunto in stile neogotico denominato "Pedrocchino", destinato ad accogliere l'offelleria (pasticceria). In occasione del "IV Congresso degli scienziati italiani" (evento dal titolo significativo, visto che Padova si trovava ancora sotto la dominazione asburgica), nel 1842 si inaugurarono le sale del piano superiore che, secondo il gusto storicizzante dell'epoca, erano state decorate in stili diversi, creando un singolare percorso attraverso le civiltà dell'uomo.
Per la loro realizzazione Jappelli si avvalse della collaborazione dell'ingegnere veronese Bartolomeo Franceschini e di numerosi decoratori, tra cui il romano Giuseppe Petrelli, al quale si deve la fusione delle balaustre delle terrazze con i grifi, i bellunesi Giovanni De Min, ideatore della sala greca, Ippolito Caffi della sala romana e Pietro Paoletti della sala pompeiana (o "ercolana"), il padovano Vincenzo Gazzotto, pittore del dipinto sul soffitto della sala rinascimentale.
Le sale del piano superiore erano destinate a incontri, convegni, feste e spettacoli e il loro utilizzo veniva concesso ad associazioni pubbliche e private che, a vario titolo, potevano organizzare eventi.
Antonio Pedrocchi si spense il 22 gennaio 1852. Animato dalla volontà di lasciare la gestione del suo caffè a una persona di fiducia, aveva adottato Domenico Cappellato, il figlio di un suo garzone, che alla morte del padre putativo si impegnò nel dare continuità all'impresa ricevuta in eredità, pur cedendo in gestione le varie sezioni dello stabilimento.
Alla morte di Cappellato, avvenuta nel 1891, il caffè passa al Comune di Padova. In un testamento stilato alcuni mesi prima, Cappellato lasciava infatti lo stabilimento ai suoi concittadini:
« Faccio obbligo solenne e imperituro al Comune di Padova di conservare in perpetuo, oltre la proprietà, l'uso dello Stabilimento come trovasi attualmente, cercando di promuovere e sviluppare tutti quei miglioramenti che verranno portati dal progresso dei tempi mettendolo al livello di questi e nulla tralasciando onde nel suo genere possa mantenere il primato in Italia »
(Dal testamento di Domenico Cappellato Pedrocchi



La decadenza


Uno scorcio della Sala Rossa al piano terra del caffè



Un inevitabile degrado dovuto alle difficoltà determinate dalla grande guerra caratterizzerà il caffè negli anni tra il 1915 e il 1924. In quest'ultima data hanno inizio i lavori di restauro del "Pedrocchino", che si protrarranno fino al 1927. Negli anni successivi va purtroppo dispersa gran parte degli arredi originari disegnati dallo stesso Jappelli, che verranno sostituiti via via nell'epoca fascista.
Dopo la seconda guerra mondiale, con il progetto dell'architetto Angelo Pisani che si impone contro quello di Carlo Scarpa, mai preso in considerazione dall'amministrazione comunale, si avvia un nuovo restauro che ridefinisce i vani affacciati sul vicolo posteriore, trasforma lo stesso vicolo in una galleria coperta da vetrocemento e ricava alcuni negozi, un posto telefonico pubblico e una fontana in bronzo sventrando parte dell'Offelleria, del Ristoratore e demolendo la Sala del Biliardo.
Nonostante le proteste di molti cittadini e le perplessità della Soprintendenza ai monumenti, viene sostituito lo storico bancone in marmo con banchi di foggia moderna, viene installata una fontana luminosa al neon e le carte geografiche della sala centrale, caratterizzate dalla rappresentazione rovesciata delle terre emerse (curiosamente il sud viene rappresentato in alto) vengono sostituite da specchi.
Per buona parte degli anni ottanta e novanta il Pedrocchi rimane chiuso per difficoltà tra i titolari della gestione e il Comune; nel 1994 viene finalmente deciso il recupero dei locali e all'architetto Umberto Riva e ai collaboratori M. Macchietto, P. Bovini e M. Manfredi viene affidato il compito di rimediare ai danni provocati dal devastante restauro Pisani degli anni cinquanta e di riportare all'antico splendore i locali dello storico caffè.
Dopo l'esecuzione del primo stralcio di lavori, il 22 dicembre 1998 il caffè viene restituito ai cittadini di Padova.


Architettura

Il Caffè Pedrocchi si configura come un edificio di pianta approssimativamente triangolare, paragonata a un clavicembalo. La facciata principale si presenta con un alto basamento in bugnato liscio, guarda verso est e si sviluppa lungo la via VIII Febbraio; su di essa si affacciano le tre sale principali del piano terra: la Sala Bianca, la Sala Rossa e la Sala Verde, così chiamate dal colore delle tappezzerie realizzate dopo l'Unità d'Italia nel 1861.
La Sala Rossa è quella centrale, divisa in tre spazi, è la più grande e vede attualmente ripristinato il bancone scanalato di marmo così come progettato da Jappelli. La Sala Verde, caratterizzata da un grande specchio posto sopra al camino, era per tradizione destinata a chi voleva accomodarsi e leggere i quotidiani senza obbligo di consumare. È stata pertanto ritrovo preferito degli studenti squattrinati e a Padova si fa risalire a questa consuetudine il modo di dire essere al verde. La Sala Bianca, si affaccia verso il Bo, conserva in una parete il foro di un proiettile sparato nel 1848 dai soldati austro-ungarici contro gli studenti in rivolta contro la dominazione asburgica. Inoltre, è anche nota come ambientazione scelta da Stendhal per il suo romanzo "La certosa di Parma". Completa il piano terra la Sala Ottagona o della Borsa, dall'arredo non troppo raffinato, destinata in origine alle contrattazioni commerciali.
A sud il caffè termina con una loggia sostenuta da colonne doriche e affiancata dal corpo neogotico del cosiddetto "Pedrocchino". Quest'ultimo, è costituito da una torretta a base ottagonale che rappresenta una fonte di luce, grazie alle finestre disposte su ogni lato. Inoltre, al suo interno è presente una scala a chiocciola. Due logge nello stesso stile si trovano dislocate sul lato nord, e davanti a queste si trovano quattro leoni in pietra scolpiti dal Petrelli, che imitano quelli in basalto che ornano la cordonata del Campidoglio a Roma.
Tra le due logge del lato nord si trova una terrazza delimitata da colonne corinzie.
Il piano superiore o "piano nobile" è articolato in dieci sale, ciascuna decorata con uno stile diverso:
  1. Etrusca
  2. Greca
  3. Romana: caratterizzata da una pianta circolare;
  4. Stanzino barocco
  5. Rinascimentale
  6. Gotica-medievale
  7. Ercolana o pompeiana: tipici sono i decori che ricordano le ville romane;
  8. Rossini: è la stanza più grande, infatti riproduce la stessa planimetria della sala Rossa del piano terra. In questa stanza, dedicata a Rossini e Napoleone, possiamo osservare degli stucchi a tema musicale che ne rappresentano simbolicamente la destinazione d'uso.
  9. Moresca: molto piccola;
  10. Egizia: ai quattro angoli della stanza troviamo dei piedistalli che sorreggono una finta trabeazione, e diversi attributi che ci rimandano alla cultura egiziana.
La chiave di lettura di questo apparato decorativo può essere quella romantica di rivisitazione nostalgica degli stili del passato. Non è esclusa però una chiave esoterica o massonica (Jappelli era massone). I simboli egizi precedono la decifrazione della scrittura geroglifica da parte di Champollion e sono piuttosto un omaggio al grande esploratore padovano Giovanni Battista Belzoni, che aveva scoperto numerosi monumenti egizi e di cui Jappelli aveva conoscenza diretta.


Una delle due logge settentrionali del Caffè Pedrocchi



Presso il piano nobile dello Stabilimento si trova il Museo del Risorgimento e dell'età contemporanea, dove sono conservati tra gli altri i ritratti del fondatore Antonio Pedrocchi e del suo successore Domenico Cappellato Pedrocchi, entrambi opera di Achille Astolfi.



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Ghibanizza

Gibanica single slice with full pie in background.jpg
Fetta di ghibanizza



«Se avessi avuto uova e burro, mia madre avrebbe saputo come preparare la ghibanizza.»
(Antico proverbio serbo)



La ghibanizza o gibanica (in serbo cirillico Гибаница, pronuncia: [ˈɡibanit͡sa]) è un dolce di pasticceria tipico dei Balcani ed in particolare della Serbia. Viene preparato generalmente con formaggio fresco e uova e le ricette possono variare dal dolce al salato e da semplici fino ad elaborate torte multi-strato tradizionali per le festività.
Il termine deriva dal verbo "gibati" (ги́бати) della lingua serba, che significa "piegare, muoversi". Il dolce viene citato nel dizionario serbo del 1818 del linguista serbo Vuk Stefanović Karadžić.
Il dolce viene servito per colazione insieme al kefir o yogurt bianco. Oltre che nei Balcani, la ghibanizza può essere gustata nei ristoranti di cucina serba nel mondo.
La ghibanizza è uno dei dolci più popolari e tipici dei Balcani, e viene servito sia nelle occasioni festive, sia in famiglia. In Serbia, la torta viene consumata come piatto tradizionale di Natale, Pasqua e Slava (patrono di famiglia).


Etimologia

Nel vocabolario dell'Accademia Jugoslava, così come nel dizionario etimologico delle lingue slave, la parola gibanica viene fatta derivare dal verbo della lingua serba gíbati/ги́бати, che significa "piegare, muoversi". Esistono inoltre altre parole derivate in serbo-croato, come gibaničar/гибаничар (colui che prepara/ama mangiare la ghibanizza e, in senso dispregiativo, scroccone).


Storia

La parola gibanica fu utilizzata nei Balcani nel XVII secolo come cognome o nomignolo. La parola serba gìbanica/гѝбаница venne inclusa nel dizionario serbo, scritto nel 1818 dal filologo e linguista serbo Vuk Stefanović Karadžić, il quale viaggiò a lungo nei Balcani e annotò fatti interessanti su tradizioni e costumi serbi. Riguardo alla gibanica, spiegò che "è una torta con formaggio molle tra pasta sfoglia mischiata con kaymak, latte e uova".
Durante la seconda guerra mondiale, mentre si nascondevano dalle forze della Germania nazista nelle foreste della Jugoslavia, i Cetnici serbi crearono la cosiddetta Gibanica cetnica, con gli ingredienti ricevuti dai contadini: quando il comandante dei partigiani jugoslavi, Josip Broz Tito, e il leader dei cetnici Draža Mihailović si incontrarono a Ravna Gora nel 1941, venne servita una gibanica e patate cotte nel sač insieme a kaymak preparate appositamente per loro.
Nel 2007, la Gibanica è divenuta un marchio ufficiale di un prodotto esportato della Serbia: alla fiera di Belgrado l'industria alimentare "Alexandria" presentò una gibanica semi-cotta e congelata per il mercato internazionale.


Preparazione

La ricetta originale della gibanica include la tradizionale pasta fillo casalinga e formaggio molle fresco di mucca. Il formaggio può essere feta o sirene. La torta viene preparata tradizionalmente come una "gužvara" (torta ripiena), in modo che la pasta fillo nel mezzo viene riempita e mescolata. Oltre al formaggio molle, l'impasto contiene uova, latte, kaymak, strutto, sale e acqua. Inoltre, il ripieno può contenere spinaci, carne, ortiche, patate e cipolla. Per velocizzare la preparazione, può essere utilizzata la pasta fillo già prodotta, unitamente a olio di semi di girasole o olio di oliva al posto dello strutto.
La ghibanizza è un dolce a forma rotonda con crosta croccante bruno-dorata. L'interno è a più strati, e comprende una pasta sfoglia con piccoli pezzi di formaggio tra ogni strato. La ghibanizza può essere servita calda al mattino ed è generalmente accompagnata da yogurt.



Varianti



La Prekmurska gibanica: una variante della ghibanizza nella cucina slovena.






Molte varianti di ghibanizza e relative ricette sono diffuse nei Balcani; differenti ghibanizze sono parte della cucina nazionale di Bosnia ed Erzegovina, Croazia, Macedonia, Serbia, Slovenia, Italia, Grecia e Bulgaria (dove viene chiamata Banitsa).
Dalla ricetta di base, sono derivate molte specialità locali. La Prekmurska gibanica, ad esempio, è una torta molti-strato della provincia dell'Oltremura in Slovenia, ed è servita come dessert nelle festività. La Međimurska gibanica, della vicina regione del Međimurje in Croazia, è molto simile, ma più semplice e meno "formale", poiché composta da soli quattro strati ripieni di formaggio quark, semi di papavero, mele e noci). La Prleška gibanica è la variante preparata nella regione della Prlekija sulla sponda occidentale del fiume Mura.
Oltre ai Balcani, il concetto base della ghibanizza (relativo ad una torta contenente formaggio e altri ripieni) è presente anche in Anatolia e nei paesi del mediterraneo orientale. Ad esempio la Shabiyat (Sh'abiyat, Shaabiyat) è una ricetta della cucina di Siria e Libano. La ghibanizza assomiglia inoltre ad una specie di strudel di formaggio, con il quale condivide probabilmente un antenato comune nelle ricette della regione e nelle antiche cucine degli imperi bizantino ed ottomano.


Nella cultura popolare

La ghibanizza è uno dei dolci più popolari e riconoscibili della cucina balcanica, servita sia nelle occasioni festive che come spuntino casalingo.
La più grande ghibanizza mai realizzata fu preparata a Mionica nel 2007: pesava oltre 1.000 kg e per la sua realizzazione sono stati necessari 330 kg di pasta fillo, 330 kg di formaggio, 3.300 uova, 30 litri di olio, 110 litri di acqua minerale, 50 kg di strutto e 500 confezioni di lievito in polvere.
In Serbia, così come nei paesi vicini, esistono sagre dedicate alla pietanza. Uno di essi è il Festival della ghibanizza (chiamato anche "Giorni della Banitsa") organizzato annualmente a Bela Palanka dal 2005.

Informazioni nutrizionali

100 grammi di gibanica contengono mediamente: 1.255 kJ (300 kcal), 15,4 g di carboidrati, 22,2 g di grassi e 9,9 g di proteine.




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Caffè Baratti & Milano

Le eleganti vetrine del Caffè Baratti & Milano
all'interno della Galleria Subalpina.



L'ingresso dai portici di piazza Castello.



Il Caffè Baratti & Milano è uno dei locali storici più antichi e prestigiosi di Torino, situato nella centralissima piazza Castello e adiacente alla Galleria Subalpina fin dal 1875.


Cenni storici

Il celebre Caffè Baratti & Milano deve il suo nome a due confettieri canavesani: Ferdinando Baratti e Edoardo Milano. Trasferitisi a Torino nel 1858, essi aprirono un laboratorio di confetteria e pasticceria in via Dora Grossa 43 (l'attuale via Garibaldi), destinato a divenire uno dei marchi più rinomati dell'industria dolciaria piemontese e italiana. Tra l'altro fu Ferdinando Baratti che creò il famoso cremino divenuto poi con il gianduiotto uno dei grandi classici fra i cioccolatini italiani.
Dato il crescente successo, nel 1875 la Baratti & Milano decise di trasferirsi in centro, presso i locali nella nuovissima Galleria Subalpina, appena inaugurata. Il locale divenne presto ambìto luogo di ritrovo della borghesia e di intellettuali come D'Azeglio, Giolitti ed Einaudi tanto che il successo crebbe a tal punto da ricevere la qualifica di "Azienda fornitrice ufficiale della Real Casa".
Il locale come appare attualmente è frutto del primo rifacimento a seguito dell'ampliamento del 1909, realizzato su progetto di Giulio Casanova e, per quanto riguarda gli interni, dello scultore Edoardo Rubino. Il risultato è un elegantissimo ambiente caratterizzato da un ampio uso di specchi, marmi, bronzi, dorature e stucchi che conferiscono al locale un ricco profilo architettonico e artistico, che valsero al Caffè Baratti & Milano varie citazioni in ambito letterario e ricercata ambientazione di scene cinematografiche.
Nel 1948 il locale riapre i battenti, dopo un attento restauro a seguito dei danni dei bombardamenti della guerra e nel 1985 il Ministero dei beni culturali e ambientali pone il vincolo di tutela sul locale e sugli arredi.
Dopo alcuni riassetti societari della Baratti & Milano occorsi con il tempo, il marchio delle celebri caramelle Barattine e il locale passano di proprietà prima al gruppo dolciario veneto Toulà e, nel 2003, al gruppo Novi-Elah-Dufour, che ha finanziato anche l'ultimo restauro conservativo conclusosi nel 2004.



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Yakgwa

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Lo yakgwa (약과, 藥菓) è un piatto tradizionale coreano. In precedenza era considerato un dessert e, più di recente, un prodotto di pasticceria perché ha sapore dolce e forma di biscotto. Esso è composto da miele, olio di sesamo e farina.


Origini

L'origine dello yakgwa non è chiara visto che esso ha avuto numerosi nomi differenti. Comunque sembra che i coreani iniziarono a mangiarlo durante l'era Shilla. Nella dinastia Goryeo lo yakgwa era noto anche in Cina col nome Goryeo Mandu. È dalla dinastia Joseon che ha preso il nome yakgwa. Il nome letteralmente significa il dolce medicinale; ciò per via degli ingredienti con cui è fatto; infatti durante l'era della dinastia Joseon il miele era considerato una medicina.

Ingredienti

Lo yakgwa tradizionalmente è preparato con miele, olio di sesamo e farina; di recente alcune industrie aggiungono altri ingredienti per migliorare il sapore dei biscotti.

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Caffè Nuovo


Il Caffè Nuovo è stato uno storico caffè di Roma, chiuso nel 1879.

 

Storia

Al piano terreno del Palazzo Ruspoli (ex Gaetani), che sorge fra piazza San Lorenzo in Lucina, largo Goldoni e il Corso Umberto, c'era il Caffè Nuovo: otto sale affrescate, tra cui la Barchessa con aerei e luminosi pergolati, dipinta nel 1827 dall'olandese Lindström.
La prima decorazione ad affresco, di gusto schiettamente arcadico e oggi interamente perduta, era stata commissionata da Francesco Maria Ruspoli nel 1715 e vi avevano lavorato Pietro Paolo Cennini, Antonio Bicchierai, Antonio Amorosi, Christian Reder e Francesco Borgognone (François Simonet). Gli affreschi resistettero fino al 1838, quando furono distrutti. «Una memoria la troviamo in un dipinto di Karl Jhoan Linström La sala boschereccia al Caffè Nuovo a Palazzo Ruspoli, 1827, oggi a Roma, Museo Napoleone.»
Stendhal descrisse le sale del Caffè Nuovo in questi termini, nelle sue Promenades dans Rome, alla data 10 ottobre 1828: «Hanno grandi porte finestre, che si aprono direttamente su un giardino pieno d'aranci, le cui frutta dorate sono pronte per essere colte.» Ad aspettare gli avventori, all'ingresso sul Corso sostava il nano Giovanni Giganti, detto Bajocco (1792-1834), che faceva un curioso gioco di abilità con una monetina: la metteva sulla fronte, poi con un volteggio la lanciava in aria e la riprendeva in bocca. Alla sua morte, Bajocco meritò una citazione nel sonetto del Belli L'anima der curzoretto apostolico.


Il Perdono di Pio IX

Il 16 luglio 1846, per la sua elevazione a pontefice, Pio IX promulgò l'editto del Perdono, con il quale cancellava i delitti di natura politica, liberava dal carcere i detenuti politici e troncava i processi per delitti politici. Un tripudio di feste attraversò l'intero Stato della Chiesa: luminarie, balli in piazza, odi di ringraziamento. Qui nacque la speranza illusoria che il Pontefice poteva essere messo a capo di una Unione politica dell'Italia.
Dal racconto di un cronista del tempo sappiamo che cosa accadde al Caffè Nuovo: «Nel novero de' domestici tripudii siami lecito ricordare quello che ebbe luogo nel giardino del caffè sotto il palazzo Ruspoli, procurato dal proprietario di esso, Vincenzo Ricci. Ivi furono canti, suoni, fuochi artifiziati; e il tutto procedette col più bell'ordine, e mantenne la letizia nel popolo. Dirò pure, come l'esterna parte del caffè che guarda sul corso facesse vaga mostra per questa iscrizione:
Vivi alla felicità de' tuoi popoli
Vivi all'amor de' tuoi figli
Vivi alla venerazione del mondo.
Sulla porta poi, per cui si ha ingresso al giardino del caffè, era lo stemma del Pontefice, colla seguente iscrizione sottostante:
Ti salutino o venerato stemma le genti
Siccome aurora di giorni più avventurosi.
Tanto questa, quanto l'antecedente epigrafe furono dettate da quel vivace ingegno che è Francesco Spada.»
Nel 1847 il Caffè Nuovo fu il primo locale romano ad essere illuminato a gas.



Gli anni dell'attesa

Dopo la caduta della Repubblica romana i militari francesi furono trattati con scortesia dal personale del Caffè Nuovo, tanto che fu necessario chiuderlo. Alla riapertura, il suo nome era mutato in Café Militaire Français. Al contrario, le vittorie del 1859 furono celebrate in piena concordia, da festanti avventori francesi e italiani. Una sala del Caffè Nuovo diventò il luogo d'incontro dei poeti della Scuola romana, un gruppo di poeti e scrittori, tra cui i fratelli Giovanni Battista e Giuseppe Maccari, il giovanissimo Domenico Gnoli e il duca Giovanni Torlonia - figlio di don Marino - poeta, filantropo e collezionista di antiche iscrizioni latine. Ai tavolini del caffè sedettero Giosuè Carducci, in visita per esplorare le rovine romane ed Enrico Nencioni. I discorsi rimbalzavano dalla metrica alla traduzione di liriche dell'antica Grecia, da Dante a Orazio, da Leopardi a Cicerone. Di romanticismo, di Berchet, degli Inni di Manzoni, questi poeti non volevano sentir parlare.


Arrivo degli italiani

Dopo il 1870 il proprietario Vittorio Ricci, che possedeva anche il Caffè Veneziano, decise di cambiare ancora una volta il nome al locale che diventò il Caffè d'Italia. Ebbe poca fortuna. Nel 1874 una triste notizia di cronaca si diffuse in città: al Caffè d'Italia si era verificato un caso di suicidio. Gli avventori disertarono il locale, che decadde. Fu chiuso nel 1879, ma la nuova atmosfera della Capitale d'Italia aveva mutato i gusti degli avventori e non fu rimpianto.

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Songpyeon

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I songpyeon, noti anche come songbyeong (송병, 松餠) o songyeopbyeong (송엽병, 松葉餠), sono un tipo di dolce coreano rientrante nella categoria dei tteok, e consistono in piccole torte di riso glutinoso ripiene, a forma di mezzaluna, consumate tradizionalmente durante il chuseok, la festa di metà autunno. Il ripieno è composto da vari ingredienti, come semi di sesamo, miele, fagioli mungo, cannella, pinoli, noci, castagne e giuggiole. Vengono cotti a vapore su uno strato di aghi di pino, dai quali prendono il profumo e il nome (song significa "pino"), e in seguito spennellati di olio di sesamo.
La loro forma a mezzaluna è considerata di buon augurio e portatrice di un futuro luminoso: si tramanda infatti una leggenda secondo la quale, durante il regno di Uija di Baekje, la frase "Baekje è la Luna piena e Silla è la mezzaluna", trovata incisa sul guscio di una tartaruga, predisse la caduta di Baekje e l'avvento di Silla, profezia che si avverò quando quest'ultimo sconfisse il regno rivale in guerra.
La storia dei songpyeon è vaga, ma è credenza comune che abbiano cominciato ad essere preparati durante il regno di Goryeo, e venissero dati ai servitori.


Varietà

Esistono diverse varietà regionali di songpyeon:
  • Osaek songpyeon (songpyeon di cinque colori) di Seul: la pasta di riso viene divisa in cinque panetti, quattro dei quali vengono colorati aggiungendo un ingrediente tra artemisia (verde scuro), semi di gardenia (giallo dorato), fragole o bacche omija (rosa) e cannella (marrone) in polvere. Sono ripieni di castagne, fagioli verdi e rossi, semi di sesamo e miele. I diversi colori rappresentano l'armonia della natura.
  • Jogae songpyeon (songpyeon a conchiglia) della provincia di Pyeongan: sono ripieni di semi di sesamo, zucchero e salsa di soia, e sagomati a forma di conchiglia.
  • Nobi songpyeon (songpyeon degli schiavi) della provincia di Hwanghae: sono ripieni di fagioli rossi pelati.
  • Songpyeon a forma di fiore della provincia di Jeolla: la pasta di riso viene divisa in cinque panetti, quattro dei quali vengono colorati aggiungendo un ingrediente tra artemisia, fiori di gardenia, estratto d'uva e acqua di bacche omija. I dolci che restano bianchi vengono decorati, prima di essere cotti, con pasta colorata sagomata a forma di fiore. Sono ripieni di pinoli, sale al sesamo e zucchero.
  • Gamja songpyeon (songpyeon di patata) della provincia di Gangwon: il riso della pasta viene sostituito dalla fecola di patate. Sono ripieni di piselli, fagioli, castagne e zucchero. A Gangneung, le persone lasciano sulla superficie dei dolci l'impronta delle proprie mani.
  • Dotori songpyeon (songpyeon di ghiande) della provincia di Gangwon: alla farina di riso vengono aggiunte ghiande dal sapore amaro. Sono di color marrone.
  • Songpyeon di patate congelate della provincia di Hamgyeong: le patate congelate, simbolo del rigido inverno della zona, vengono macinate per ottenere la farina con cui fare la pasta. Sono ripieni di fagioli rossi e zucchero.
  • Mosi songpyeon (songpyeon di foglie di ramia) della provincia di Gyeongsang: alla farina di riso vengono aggiunte foglie di ramia bollite e tritate. Sono ripieni di semi di sesamo, castagne, miele e zucchero, e sono di colore verde scuro.
  • Songpyeon con polvere di radice di kudzu della provincia di Gyeongsang.
  • Chilk songpyeon (songpyeon di arrowroot) della provincia di Jeolla: alla farina di riso viene aggiunto amido di arrowroot.
  • Maehwa songpyeon (songpyeon a forma di fiore) della provincia di Jeolla: non contengono ripieno.
  • Hobak songpyeon (songpyeon di zucca) della provincia di Chungcheong: alla farina di riso viene aggiunta polvere di zucca ricavata tritando l'ortaggio essiccato. Sono ripieni di semi di sesamo, castagne e miele, e sono di colore giallo dorato.
  • Songpyeon con polvere di fagioli verdi della provincia di Jeju.
  • Songpyeon con foglia di canapa: alla farina di riso viene aggiunta la polvere ricavata tritando le foglie di canapa.
  • Songi songpyeon (songpyeon di pino): alla farina di riso viene aggiunto lo strato più interno della corteccia di pino sbriciolato.


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Caffè Gilli

Caffè Gilli, esterno



Tavolini del Caffè su Piazza della Repubblica prima del rimaneggiamento della terrazza (oggi non è più possibile sedere all'aperto)



Il Caffè Gilli è un esercizio storico di Firenze, situato in piazza della Repubblica 36-39r.


Storia

Nel 1733 nella Firenze di Gian Gastone De’ Medici, la famiglia svizzera Gilli apre in via de’ Calzaiuoli “La Bottega Dei Pani Dolci” ed è subito un successo. La nobiltà fiorentina apprezza di buon grado le sue specialità e comincia a frequentare assiduamente la “confetteria”.
Nella seconda metà dell'Ottocento Caffè Gilli si sposta in via degli Speziali proprio di fronte al celebre Trianon accrescendo ulteriormente la sua notorietà a Firenze.
All'inizio del secolo scorso si sposta infine nell'attuale ubicazione in Piazza della Repubblica, allora Piazza Vittorio Emanuele, che diviene in quel periodo il polo dei caffè letterari.
Durante il periodo del Futurismo Gilli è frequentato da intellettuali e letterati, nascono le riviste, il conflitto politico s'infiamma e Piazza Vittorio con i suoi caffè ne è testimone.
Anche i personaggi più focosi come Marinetti e Soffici si guardano bene dal prendersi a seggiolate da Gilli, cosa che usano fare negli altri locali della Piazza. Gilli diventa presto anche luogo di ritrovo di artisti e pittori come Doni, Caligani, Pozzi, Polloni, Ferroni, e Pucci.
Dal dopoguerra in poi Gilli diviene luogo d'incontro esclusivo dei giovani fiorentini ma anche dei primi turisti che iniziano in questi anni a frequentare la città. Innumerevoli sono le testimonianze fotografiche di artisti internazionali immortalati all'interno delle sale del Caffè Gilli.
Qui venne scattata la famosa fotografia di Ruth Orkin intitolata American girl in Italy 1951, che ben rappresenta quell'epoca: una bella ragazza americana che passa sul marciapiede davanti al bar e attira le attenzioni di tutto un gruppo di giovanotti.
Oggi il locale mantiene ancora intatto quello stile che lo ha sempre contraddistinto nella sua lunghissima storia che fanno oggi di questo esercizio l'unico esempio di caffetteria Belle epoque rimasta in Firenze con le pareti color avorio, i lampadari di Murano, il soffitto affrescato, gli archi, il banco Bar maestoso e angolare potrebbero regalare ancora oggi un'immagine di Gilli così come si presentava all'inizio del novecento. Concessioni al turismo di massa hanno portato il cambiamento della terrazza in una "vetrina" con tetto e quasi senza vista e musica commerciale amplificata all'interno del locale e anche sulla terrazza rovinando così l'atmosfera originale del caffè storico.
Impossibile non notare l'ingresso alla sala da tè alla quale si accede attraverso l'arco a vetrata con l'orologio più famoso della città che ha contato le ore e i minuti di cent'anni di storia. La sala conserva l'arredamento originale del locale, purtroppo - visto l'inquinamento acustico - senza mantenendo l'atmosfera distinta tipica dei caffè classici.



  • Interno






  • Veduta dalla piazza prima della copertura della terrazza



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